Pompei e la Seconda Guerra Mondiale

Ieri sera ventiquattro corrente alle ore ventidue durante un’incursione aerea sui vicini centri vesuviani, scavi di Pompei sono stati colpiti da tre bombe: una bomba caduta sull’area del Foro, una nella casa di Romolo e Remo, con danni sensibili edifici: una terza caduta nell’Antiquario con gravissimi danni al materiale archeologico solo in parte recuperabile. Continuando e intensificandosi in queste zone offese aeree stimo necessario invocare interventi paesi neutrali, perché sia risparmiata violenza cieca et brutale che minaccia distruggere Pompei, monumento sacro di tutta l’umanità civile. Trovandomi sopraluogo ho accertato personalmente danni et preso provvedimenti recupero. Segnalo esemplare contegno personale guardia notturna.

(Fonogramma del Soprintendente A. Maiuri alla Direzione Generale Antichità e Belle Arti, Pompei 25/8/1943).

Durante la Seconda Guerra Mondiale, tra l’agosto e il settembre 1943, l’area archeologica di Pompei fu oggetto di bombardamenti da parte delle forze alleate, con l’obiettivo di accelerare la ritirata delle truppe tedesche. Circa 170 ordigni furono sganciati dai bombardieri inglesi e canadesi colpendo e danneggiando in vari punti l’area degli scavi.

Solo di recente la letteratura e la comunità scientifica hanno dedicato la dovuta attenzione a questi drammatici eventi che costituiscono un fondamentale spartiacque nella storia moderna del sito.

Il pericolo di un’incursione militare era avvertito già da tempo, come si legge nelle parole dell’allora Soprintendente Amedeo Maiuri che, soprattutto fra la fine del 1942 e la metà del 1943, da un lato si era adoperato per sensibilizzare sul rischio del danno al patrimonio archeologico e dall’altro aveva intensificato le operazioni di messa in sicurezza degli edifici e dei reperti mobili trasferendo parte di questi ultimi al Museo Archeologico di Napoli e all’Abbazia di Montecassino.

Cassette di bronzi bombardati selezionate per gli interventi conservativi: da D. Elia, V. Meirano (a cura di), “Pompeiana Fragmenta. Conoscere e conservare (a) Pompei. Indagini archeologiche, analisi diagnostiche e restauri”, Torino 2018, fig. 3, p. 241 (© V. Meirano).

“A Pompei non c’è più tempo da perdere. C’è ormai da temere tanto il primo urto dell’invasione quanto le squadre di ladri e di banditi che scorazzano per depredare le case abbandonate o sinistrate. Si tolgono statuette dai giardini della Casa dei Vettii, degli Amorini, di Marco Lucrezio, di Loreio Tiburtino e le erme-ritratto di Vestrio Prisco, d’Olconio Rufo, e si seppellisce e si mura ogni cosa nell’ipogeo delle Terme Stabiane, sotto la protezione della Moféta, e fu ottimo consiglio. Ma chi salverà monumenti case e pitture dalla furia dei bombardamenti?” (A. Maiuri, Taccuino napoletano, Napoli 1956).

Casa di Epidio Rufo dopo i bombardamenti

All’inizio dell’estate del ‘43 si fece sempre più incerta la possibilità di salvaguardare gli scavi e più imminente la minaccia di un attacco; a partire dalla metà di luglio pesanti bombardamenti colpirono infatti la città di Napoli e le zone limitrofe. All’epoca era inoltre diffusa l’opinione che l’area archeologica, con le sue coperture, servisse da riparo alle munizioni e alle truppe tedesche in ritirata. Anche il Comando militare alleato era convinto che fra le rovine della cittadina vesuviana si nascondessero contingenti nemici. Fu così che le false informazioni militari fecero di Pompei e dei suoi scavi un vero e proprio obiettivo di guerra.

Il primo bombardamento a Pompei avvenne nella notte fra il 24 e il 25 agosto 1943, quando incursioni aeree, che avevano come bersaglio principale la vicina Torre Annunziata, interessarono anche il sito archeologico. Seguirono, fra il 30 agosto e la fine di settembre, altre svariate incursioni sia di giorno che di notte. Soprattutto dalla metà di settembre gli alleati, dopo lo sbarco a Salerno del 9 settembre e nel tentativo di rafforzare l’avanzata e sbaragliare i tedeschi, intensificarono gli attacchi aerei su tutta la Campania.

“Fu così che dal 13 al 26 settembre si ebbe il secondo e più grave martirio di Pompei, col martellamento di una e più incursioni quotidiane: di giorno a volo basso senza più timore di reazione antiaerea; di notte con gran lusso di razzi e di bengala folgoranti e fumiganti […]. Caddero così in quei giorni non meno di centocinquanta bombe entro l’area degli scavi, nei punti più disparati, più fitte là dove si credeva di poter colpire qualche presunto obiettivo militare.” (A. Maiuri, Pompei e la Guerra, Rassegna d’Italia 1, Milano 1946, n. 1).

Il 29 settembre 1943 le truppe anglo-americane entrarono finalmente a Pompei ponendo fine alla fase dei bombardamenti, di cui si dovettero a quel punto registrare i danni.

Nessuna zona degli scavi fu completamente risparmiata. Fra le aree più colpite ricordiamo: la Regio VII, tra via delle Terme, Vicolo dei Soprastanti, via degli Augustali e via Marina, con danni nell’area del Foro e agli edifici pubblici; la Regio III lungo via dell’Abbondanza, con perdite alla casa di Loreio Tiburtino e della Venere in Conchiglia; la Regio VI nell’area compresa fra Porta Ercolano e Porta Vesuvio e fra via delle Terme e via Della Fortuna, dove furono colpite la Casa del Fauno, la Casa di Sallustio e la Casa dei Vettii. Anche il Teatro Grande e la Palestra furono danneggiati (fig.).

Il Museo Pompeiano, ideato da Giuseppe Fiorelli nel 1861 e rinnovato da Maiuri fra il 1926 e il 1933, fu forse l’edificio che subì i maggiori danni: nel primo attacco fu infatti colpito in pieno da una bomba di grosso calibro che provocò la distruzione quasi completa della struttura e di gran parte dei reperti in essa custoditi; il 20 settembre un altro ordigno cadde sul lato ovest della prima sala (fig.).

Alla fine del conflitto il Soprintendente Maiuri, lui stesso ferito al piede sinistro da una bomba e rientrato a Pompei solo a metà novembre, segnalava che oltre 100 edifici della città antica erano stati colpiti. Negli elenchi compilati tra le macerie si registrano innanzitutto problemi ai tetti, alle coperture e alle parti sommitali dei muri antichi e degli affreschi. All’Antiquarium, dopo aver rimosso le macerie e aver recuperato gli oggetti, fu redatto un elenco completo dei 1378 reperti distrutti con relativa descrizione, numero di inventario e valore monetale. Nel documento troviamo reperti fragili come il vetro e la terracotta, ma anche oggetti in osso, in gesso, in ferro, bronzo e perfino in marmo.

Alle operazioni di censimento dei danni seguì quasi subito la definizione delle principali strategie e delle priorità di intervento. Se drammatiche apparivano le condizioni degli apparati decorativi, sbriciolati dagli ordigni, più realistica sembrava la possibilità di ricostruire le strutture architettoniche recuperando gli elementi originali dalle macerie nel tentativo di restituire la spazialità di Pompei prima della guerra. Nonostante le richieste di risorse economiche e mezzi agli alleati, si lavorò scontrandosi spesso con la difficoltà di approvvigionamento di materiali e la scarsità di maestranze specializzate, in una fase contraddistinta dall’emergenza, dove spesso fu necessario operare scelte affrettate per evitare che ulteriori danni dovuti all’incuria si aggiungessero a quelli causati dalla guerra. Fra i risultati più notevoli si segnala la restituzione al pubblico del nuovo Antiquarium, aperto il 13 giugno 1948, resa possibile anche grazie al recupero e alla ricomposizione dei numerosi reperti danneggiati e sepolti, un paziente lavoro di restauro che ha avuto un seguito anche in anni recenti, interessando un nucleo di oggetti bronzei che erano stati considerati irrecuperabili e dimenticati (fig.).

Antiquarium bombardato

Le ricomposizioni post-belliche fornirono spesso l’occasione per impiegare materiali sperimentali, come il cemento armato, che si riveleranno in seguito non compatibili con quelli antichi, ma permisero anche in altri casi di migliorare i sistemi e l’aspetto dei vecchi restauri, correggendone gli esiti giudicati inadeguati.

Le vicende belliche e le scelte condotte soprattutto nei primi anni della ricostruzione hanno segnato in modo profondo la “seconda vita di Pompei”, trasformando per sempre l’originario aspetto della città fino a quel momento riemersa dagli scavi e lasciando in eredità interventi che spesso non hanno retto alla prova del tempo.

Le esperienze di quella stagione di restauri hanno tuttavia costituito materia di riflessione per i professionisti del settore su quanto sia indispensabile operare con consapevolezza sulla fragile materia archeologica. E gli effetti drammatici degli eventi di guerra sui beni culturali, come quelli causati nell’area archeologica di Pompei, hanno dato vita a importanti interventi normativi, in primis la Convenzione dell’Aja, nata proprio dall’esperienza della Seconda guerra mondiale con l’intento di dotarsi di strumenti di difesa e protezione del patrimonio culturale, la cui vulnerabilità in caso di conflitto è purtroppo riemersa negli ultimi anni in seguito ai drammatici avvenimenti che hanno interessato altre aree del Mediterraneo, dal Nord Africa al Vicino Oriente.

 

Silvia Bertesago é Funzionario Archeologo del Parco Archeologico di Pompeii