Che cosa siamo

pompeiicommitment.org è un portale.

Attraverso un programma di nuove pubblicazioni settimanali, dal 21 dicembre 2020 per dodici mesi, Pompeii Commitment riconfigura il sito archeologico di Pompei quale fondamento per forme alternative di conoscenza delineandosi in una molteplicità di funzioni: centro di ricerca affidato ad artisti (Commitments), raccolta di testimonianze (Fabulae) e documenti (Historiae), collezione indefinita (Collectio), museo ipotetico e transdisciplinare (Inventario), biblioteca in formazione (Biblioteca di Archeologia e Futurologia). Tutti questi possibili dipartimenti sono dedicati a studiare e condividere le molteplici potenzialità conoscitive di Pompei e dell’episteme insita nella sua “materia archeologica”.

Evocato nel suo contributo dall’artista Giulio Paolini, esso è il quarto degli accessi monumentali di Pompei (con Piazza Anfiteatro, Porta Marina Superiore, Porta Marina Inferiore): a differenza degli altri, però, questo portale non ci introduce fisicamente a Pompei ma all’episteme che Pompei evoca, operando come la soglia di una costruzione in divenire attraverso cui definire forme di conoscenza compartecipate e generative, dove nulla è predefinito ma possibile, non singolare ma plurale, dove osservare, insieme ai visitatori umani, anche gli animali randagi che si aggirano qua e là o le rose rampicanti che crescono sui resti di quella “materia archeologica” un tempo magnificente e intatta e che ancora co-esiste nel sito seppur corrosa e impregnata di altre forme, sostanze, esistenze.

Varcata questa soglia entrerete nel cortocircuito spaziale e temporale di un sito reale quanto immaginifico: pur se immersa nel flusso della Storia, la città etrusca, sannita e romana di Pompei divenne, con l’eruzione del 79 d.C. e per i quasi due millenni a seguire, una memoria, una fantasia. Riscoperta nel 1748, essa ha ispirato, negli ultimi due secoli e mezzo, la nostra stessa esperienza del passato come qualcosa di malleabile e prossimo a noi. Pompei ridefinisce in modo emblematico l’archeologia stessa come produzione di un sapere sempre reversibile e avventuroso.

Anche oggi, di fronte allo scenario ostico di una sparizione e terminazione della vita a causa di guerre e sfruttamenti, crisi climatiche e pandemiche, Pompei rimane, più che un simbolo della fine, una rischiarante ammissione della perenne trasformazione di tutte le materie e di tutte le storie, della fluttuazione di ogni concetto lineare di tempo e definitivo di spazio.

Ci riferiamo a questa piattaforma come a un “portale” piuttosto che a un “sito web” – una parola che incarna il senso di essere un discrimine, un momento in cui possiamo rompere con ciò che conosciamo e immaginare nuovi saperi e nuovi mondi. “Una porta tra un mondo e l’altro” [1], per usare le parole di Arundhati Roy nel suo saggio “The pandemic is a portal”.

 

pompeiicommitment.org è un’episteme.

Con la definizione “materia archeologica” intendiamo innanzitutto la disciplina in sé dell’archeologia (dal greco ἀρχαιολογία: ἀρχαῖος, “antico”, λόγος, “studio”), ovvero la ricerca sulle civiltà antiche attraverso lo scavo, la conservazione, la catalogazione e l’analisi di reperti posti in relazione all’ambiente del loro reperimento, quali monumenti, opere d’arte, manufatti d’uso comune, resti organici e inorganici. Ma con la definizione “materia archeologica” si potrebbero indicare inoltre quei ritrovamenti, non più restaurabili o ricomponibili, che a seguito di processi di erosione (nel corso del tempo) o eventi catastrofici (come il terremoto del 62 e l’eruzione del 79 d.C.) si sono riplasmati nelle tracce delle materie naturali di cui erano composti.

Da un lato, quindi, il fatto stesso che l’archeologo debba agire, per recuperare il passato, nel suo presente assecondando un processo aperto all’intuizione, all’interpretazione, all’invenzione – e posta la natura frammentaria degli oggetti di studio archeologici e la loro diversità spazio-temporale che obbligano a una visione olistica e all’utilizzo integrato di più discipline – rende la “materia archeologica” una disciplina potenzialmente contemporanea: quella dell’archeologia è infatti una disciplina volta a ricomporre, dalla frammentarietà e dall’alterità oggettive un’unità e riconoscibilità solo ipotizzabili. Il suo orizzonte è quindi il futuro, più che il passato, come indica anche l’archeologo Salvatore Settis nel suo libro Futuro del classico, 2004: “Ogni epoca, per trovare identità e forza, ha inventato un’idea diversa di ‘classico’. Così il ‘classico’ riguarda sempre non solo il passato ma il presente e una visione del futuro. Per dar forma al mondo di domani è necessario ripensare le nostre molteplici radici”.

Dall’altro lato le materie con cui l’archeologo si confronta nel loro stato attuale sono sempre reperti e residui, che sfumano la distinzione fra natura e cultura, umano e non umano, distruzione e ricostruzione, storia e finzione, agendo anche contro il dualismo reale/virtuale: impregnate di tempi e spazi diversi, esse sono di diritto materie contemporanee. Ed è in questo senso che questi reperti sono una fonte di episteme, forse soprattutto ora che contempliamo le imminenti conseguenze dei profondi cambiamenti territoriali e strutturali generati dalle attività dell’essere umano (il cosiddetto Antropocene [2]). Come ci ricorda Pompei, ciò a cui stiamo assistendo non è forse una fine, quanto un ennesimo inizio. Le materie archeologiche sono straordinariamente attive e reattive, come ogni “creatura del fango, non del cielo” (Donna Haraway), elementi che appartengono a uno spazio-tempo del rischio e della collaborazione (che ancora Haraway definisce con il neologismo “Chthulucene”). Specie viventi “interconnesse e terrene” che con-vivono con noi nel nostro stesso mondo [3]: ovvero in quella “Gaia” della cui intrinseca armonia di organismo vivente capace di autoregolarsi ci ha raccontato James Lovelock nel 1979, profilandone poi nel 2019 il destino di un rapporto fra organismi viventi e macchine intelligenti da noi esseri umani create, definito da Lovelock con l’ulteriore neologismo di “Novacene[4].

Non solo svelando ma rivendicando le loro innumerevoli potenzialità generative e rigenerative, le materie pompeiane – palinsesti che, piegati su se stessi, recano innumerevoli tracce di accadimenti e di conoscenze pregresse – si possono qualificare come ipotesi incarnate, creazioni affabulatorie in cui si compenetrano progetto e caso, spazi-tempi di perdurante performatività e narrazione. Pompei delinea non tanto i contorni definitivi del ricordo di una catastrofe quanto quelli prospettici e in divenire di un pensiero cyborg e multi-specie e di un attivismo al contempo ecologico e femminista, evocando i caratteri dinamici e inclusivi propri dell’inter-azione, del coinvolgimento e della reciprocità̀. In questo continuo processo di scoperta e analisi delle conoscenze, le “materie archeologiche” cambiano con la qualità̀ della luce da cui vengono illuminate, una volta portate in superficie. Esse, come le idee, risiedono proprio in quella luce, “senza nome e senza forma, che stanno per nascere, ma già percepite” (Audre Lord nel descrivere la poesia come “illuminazione”, “rivelazione” e “distillazione dell’esperienza” [5]).

Il loro fascino e forza di attrazione sono anche testimoniati da tutti quegli autori che, insieme, definirono le ragioni storiche, culturali e emotive del Grand Tour, quel viaggio ideale e mai concluso che, iniziato fra XVIII e XX secolo, ha condotto una moltitudine di intellettuali a Pompei. L’eredità di una così vasta rete di riferimenti dei secoli precedenti ha influenzato profondamente le interpretazioni di Pompei, anche nel presente, rifondando questo patrimonio all’interno di un discorso incentrato principalmente sull’Occidente. Con Pompeii Commitment. Materie Archeologiche vorremmo ricostruire e, allo stesso modo, espandere tali narrazioni precedenti e consolidate.

È da queste composite premesse che originano la disciplina e la materia che, insieme, definiscono l’episteme di questo progetto: il quale richiede, pertanto, la costante ridefinizione non solo dei propri strumenti di indagine ma dei concetti stessi di “tempo”, “spazio”, “realtà”, “creazione”.

Una volta ricongiunte, archeologia e contemporaneità (i reperti archeologici nel loro stato di conservazione e comprensione mutevole, quanto le manifestazioni culturali contemporanee nella loro molteplice e contraddittoria creazione di conoscenze immaginarie che ancora non esistono) ci rivelano una successione di civiltà destinate a sovrapporsi l’una all’altra e a riconoscere la loro comune origine e destino naturali in un’evoluzione che compenetra le sfere animale, vegetale e minerale. Sotto la loro temporanea pelle estetica e nelle loro derivazioni e ibridazioni con altre culture, le architetture, sculture, mosaici, affreschi di Pompei sembrano suggerirci i contorni di una permanente e incessante attività, in cui ognuna di queste opere dell’ingegno umano è stata, ed è poi tornata a essere, materia naturale (alberi tagliati, massi scolpiti, polveri di colore tratte da conchiglie, frutti, radici o fonti minerali). Questi reperti antichi potrebbero essere sia dei remakes (magari di originali andati perduti) che dei reboots (riavvii, nuove versioni)[6] in cui la fragilità diviene lo strumento per la loro continua re-interpretazione. In questa stratigrafia il contesto del Parco Archeologico di Pompei restituisce, epistemologicamente, i contorni utopici di una macchina del tempo o di un multi-verso, in cui il tempo è scorso per secoli per poi fermarsi provvisoriamente e riprendere di nuovo a scorrere, restituendoci gli indizi di qualcosa che non è mai veramente scomparso ma che si era semplicemente tramutato, in leggenda o racconto, prima di riapparire come una riscoperta realtà.

Per queste ragioni l’episteme proposta da questo progetto riporta in vita le esperienze di una pluralità di testimoni, dagli anonimi artisti e artigiani di Pompei agli autori antichi (come Plinio il Giovane che ci tramandò il racconto dell’antica eruzione attraverso il ricordo dello zio, Plinio il Vecchio), dagli intellettuali del Grand Tour agli artisti contemporanei di un progetto che abbiamo voluto intitolare, anche per onorare il loro ruolo cruciale, Pompeii Commitment. Materie archeologiche. Un invito ad assumere un atteggiamento di consapevolezza, impegno, proposta (“commitment”) nei confronti della perdurante contemporaneità epistemica che sembra trasmetterci, quasi con urgenza, un sito archeologico come quello di Pompei.

Il metodo di lavoro adottato connette allora testimonianze di catastrofi già̀ avvenute con scenari di rischio e rigenerazione contemporanei, generando un’episteme che esperisce la pratica della cura del patrimonio culturale non solo quale “eredità” del passato ma anche quale “responsabilità̀” nel presente, e quindi quale “prospettiva” verso il futuro. E che funge dunque non solo da stimolo per la ricerca, la valorizzazione e l’implementazione del patrimonio esistente ma anche per la creazione di nuovi scenari in un contesto aperto al confronto fra le creature, così come le generazioni, le provenienze, le discipline,  in grado di rispondere criticamente agli effetti di una società̀ globalizzata e digitalizzata ma al contempo in perdurante conflitto, esposta a molteplici rischi innescati dall’uso indiscriminato dell’ecosistema naturale, da una diseguaglianza connaturata al sistema economico post-capitalista e dall’accesso standardizzato e predeterminato alle fonti, sia materiali sia di conoscenza.

 

 

[1] Arundhati Roy, “The pandemic is a portal” in Financial Times, April 3, 2020. https://www.ft.com/content/10d8f5e8-74eb-11ea-95fe-fcd274e920ca

[2] Cfr. Will Steffen, Paul J Crutzen, John McNeill, “The Anthropocene: Are Humans Now Overwhelming the Great Forces of Nature”, in Ambio. A Journal of the Human Environment, Swedish Academy of Sciences, n. 36, vol. 8, 2007. Cfr. anche: Slavoy Zizek, Living in the End Times, Verso Press, London/New York, 2010; James Bridle, New Dark Age. Technology, Knowledge and the End of the Future, To Press, London/New York, 2018.

[3] Cfr. D. Haraway, “A Cyborg Manifesto: Science, Technology and Social-Feminism in late Twenty Century”, in Simians, Cyborgs and Women: The Reinvention of Nature, Routledge, New York, 1991; When Species Meet, University of Minnesota Press, Minneapolis/London, 2008; Staying with the Trouble, Making Kin in the Chthulucene, Duke University Press, Durham/London, 2016). Cfr. anche: Karen Barad, “Agential realism: feminist interventions in understanding scientific practices”, 1998, in Mario Biagioli (ed.), The Science Studies Reader, Routledge, New York, 1999; “Posthumanist Performativity: Toward an Understanding of how Matter Comes to Life”, in Signs: Journal of Women in Culture and Society, University of Chicago Press, vol. 28, no. 3, 2003); Jane Bennett, Vibrant Matter: A Political Ecology of Things, Duke University Press, Durham/London, 2010).

[4] Cfr. J Lovelock, Gaia. A New Look at Life on Earth, Oxford University Press, 1979; Novecene. The Coming Age of Hyperintelligence, The MIT Press, Cambridge (MA), 2019. Cfr. anche : Bruno Latour, Politiques de la nature: Comment faire entrer les sciences en démocratie, La Découverte, Paris, 1999; Timothy Morton, Humankind. Solidarity with Non-Human People, Verso Press, London/New York, 2018.

[5] Audre Lord, Your Silence Will Not Protect You, Silver Press, London 2017.

[6] Cfr. C. Christov-Bakargiev, “When It Disappears, the Energy Is Left”, in Adrián Villar Rojas, Phaidon Press, London, 2020.