Giambattista, Antonio e don Amedeo

C’era una volta un ragazzino, di quell’età che è sospesa tra l’infanzia e la pubertà, che aveva la ventura di vivere in una città a sua volta sospesa tra un incredibile passato ed un altrettanto incredibile presente, sufficientemente curioso, intraprendente e tuttavia educato da poter frequentare uno dei grandi archeologi del suo tempo, al lavoro tra gli Scavi di Pompei.

  • Che c’è dentro a quelle casette, don Amede’?
  • Reperti, Anto’, fai attenzione, sono delicati.
  • E che so’ sti reperti?
  • Se lo vuoi veramente capire mi devi aiutare. A scuola hai già imparato i verbi, le coniugazioni?
  • Si…
  • Sai dunque cos’è un participio passato?
  • Si, si, lo so, il maestro ce l’ha spiegato, mi è piaciuto assai, perché ho capito che è un verbo che partecipa, si adatta per darci aggettivi e nomi. Sono generosi, i verbi…
  • E già, hai proprio ragione. Bene, reperto è un participio passato del verbo “reperire”, che significa cercare qualcosa di incerto, come fosse una scommessa. In italiano si dice “aleatorio”. Ma, come dici tu, quel verbo è generoso, e col participio passato ci ha fornito una parola per dare un nome alla scommessa vinta, al ritrovamento di qualcosa che non era certo ci fosse… Ecco il reperto.

L’archeologia viene considerata una disciplina relativamente giovane, una propensione nata con la modernità. Ma se la riguardiamo come bisogno umano, come attitudine, si fa presto ad osservare che sia esistita ben prima sotto forma di antiquaria, la passione di chi si sia dedicato ai manufatti, alle opere, ai lacerti, ai frammenti di passato che fossero giunti, per percorsi più o meno storti, sino alle mani di un vivente. E dunque un bisogno di antico, di anteriore, avvince l’essere umano per sua natura, afferisce alla memoria, all’identità, alla conoscenza del pensiero, e al sapere, ed alla disposizione per il bello, che però ha tante vesti, e all’arte.

Eruditi, biografi, aneddotici, artisti, esteti, classicisti, cresciuti a pane ed antichità, hanno spesso usato un metodo per trarre dal passato didascalie, paradigmi, moralia, mediante una doppia mossa: collocarlo ad un’altezza impareggiabile, e perciò depurarlo di ogni bassezza, e dare per scontato che, laggiù nel tempo, si sia raggiunta una vetta, un’acme. Così, ne vien facile dedurre che l’unico compito per chi vive, oggi, sia provare, se non a raggiungere, perlomeno ad emulare quel bel tempo che fu, che diventa così facilmente un “classico”.

Pompei è uno straordinario meccanismo di generazione di classici, tra quelle rovine ti vengono incontro da ogni dove, e, a ben vedere, dalla sua seconda vita, dopo il 1748, ha offerto a diverse generazioni argomenti e strutture per costruire il proprio classico sartoriale, come una tradizione già sperimentata e attendibile, funzionante, efficace, facilmente condivisibile. Anche un po’ comoda. E naturalmente per costituire la sua antitesi, le rotture che, tuttavia, altro non sono che ricombinazioni dei fattori in termini diversi, persino opposti, a quelli canonici, che pure sono perciò necessari, non foss’altro che come causa causarum, ad ogni avanguardia, pronta a disporsi, a sua volta, a fungere da classico per chi verrà dopo.

Le antichità hanno nondimeno diverse capacità, ad esempio ci forniscono materiali per riconoscere la nostra identità, non solo sul piano personale. Questa meccanica, una volta compresa, è stata ampiamente utilizzata, e lo è tuttora, anche per la costituzione delle Nazioni, un compito che ha attraversato tutta la modernità, nutrito proprio dai reperti: e a chi creda che si tratti di questione italica, basterà rammentare quanto quelli tratti dalle vite dei Germani, dei Celti, degli Slavi, dei Danesi, dei Britanni, siano stati tra i serbatoi in grado di fornire altrettanti elementi di Bildung nazionale. E se qualcun altro credesse che sia un meccanismo al tramonto – insieme alla crisi delle nazionalità ottocentesche dell’occidente – troverebbe facile smentita in numerosi documenti odierni: per tutti si può menzionare la definizione del patrimonio culturale recata in Italia dal Codice dei beni culturali e del paesaggio del 2004, o il “fondamento della identità” esplicitamente percepito nel paesaggio sia nella Convenzione europea del 2000 che nella normativa domestica.

L’estrazione dal passato non è, insomma, una funzione meramente didascalica, men che meno sul piano storico; a me colpiscono, per dirne una, i documenti che attestano l’aspetto dell’Acropoli di Atene fino al bombardamento del 1687, e non riesco ad evitare – segnalandolo a chi lo ritenesse una barbarie di un passato oscurantista, impensabile oggi – di mettere il tutto a tristo confronto con l’incredibile riedizione di quello che, dall’alto invece che dai dintorni, distrusse un pezzo importante della Pompei archeologica nel 1943.

  • Guarda in quella pittura, Anto’, c’è un ragazzino che avrà avuto la tua età; ti assomiglia pure un po’.
  • Ma… portavano le gonne i maschi a Pompei!
  • Eh, basta vederle come vesti, e gonne o pantaloni finiscono per assomigliarsi.
  • E no, Don Amede’, dite quel che volete, io vi rispetto, ma io la gonna non la metto, piuttosto vado in giro nudo.
  • Hai ragione Anto’, ma se tu fossi vissuto nel primo secolo dopo Cristo avresti indosso la tunichetta e ti sentiresti a posto, anzi forse ti avrebbe dato fastidio vestire coi pantaloni. Chissà.
  • Si ma io vivo oggi, quindi niente gonnellina!
  • Vabbene, niente gonna, ma ammetterai che non è lì la differenza, che si porti una veste o un’altra un ragazzino era quello della pittura ed un ragazzino sei tu; uno con la gonna, come la chiami, e tu coi pantaloni corti.
  • Si, effettivamente… Mi piace pure il gioco che sta facendo, sembra proprio un pallone quello lì.
  • Si, lo è, bravo; ma vieni con me, ti faccio vedere come giocavano a nascondino… Guarda: pure con la gonna si può fare!
  • Don Amede’, così mi fate venire voglia di provarci…

Come credo tutti, quando sono a Pompei oltre a provare meraviglia mi divido, in genere, tra due opposte attrazioni: rilevare le differenze che una così compiuta veduta della città antica mostra con quella di oggi, o al contrario notarne le somiglianze: potremmo dire, misurare nel primo caso una distanza, nel secondo una vicinanza.

La prima percezione (“quanto erano diversi!”) implica il passaggio del tempo, e può conferire la soddisfazione di poter attestare un’evoluzione: i mutamenti intercorsi, anche senza alcun giudizio di valore, danno una consistenza alla dimensione temporale per il solo fatto che ci sono, che sono percepibili, e si spiegano solamente se, tra noi e quelli di allora, sia intercorso un lasso durante il quale è successo così tanto da poter non solo immaginare, ma proprio vedere (qui sta la magia) scostamenti, diversità, dunque – etimologicamente – uno scorrere, lo svolgimento di un cammino: noi, quelli di oggi, siamo in un punto diverso di un percorso, anche se si può discutere se si trovi più in alto o più in basso, avanti o dietro. Pompei, così, è un altrove per i viventi.

Il secondo atteggiamento (“sono proprio come noi!”, “non è cambiato nulla in duemila anni”…) è opposto, perché rende la prova dell’inesistenza del tempo al di fuori della percezione umana, lo tratta come un oggetto sociale, tra quelli cioè che ci sono, si danno, dipendentemente dagli umani, e si costituiscono mediante percorsi convenzionali più o meno intenzionali, come – che so – il denaro, i mutui, le costituzioni, i confini. E naturalmente, conforta la possibilità di poter contare su immutabili, dando argomento perciò a chi tratta l’evoluzione come un’illusione, un gioco di specchi, e men che meno è disposto a parlare, equivocamente, di progresso, un inganno smentito dall’evidenza dell’“eterno ritorno”. Vista così, tanto uguale ai luoghi d’oggi, Pompei può essere una dimostrazione che il nostro percorso, se pur c’è, è dunque circolare, e nonostante gran fatiche, paroloni, automi e web, giriamo intorno ai medesimi punti, essenziali, al massimo mutano in forma, in potenza tecnica, ma non nella sostanza.

Ovviamente sono due atteggiamenti paradossali, e, in realtà, nessuno ne sposerebbe, radicalmente, uno solo, è assai più probabile che convivano insieme a formare la percezione contemporanea di Pompei, come di qualsiasi altro documento proveniente dal passato. Niente, si può dire, rimane inerte, tutto continua ad agire, a scorrere, ed anche invocando i “ricorsi” di Giambattista Vico va rammentato che lui li descriveva come un “dispiegarsi”, come “non interrotti progressi di tutto l’universo delle nazioni”: pur anche il percorso umano fosse fatto di circoli, concentrici sono, e dunque circolando nel tracciato del tempo gli umani tornerebbero sempre in un’area già vissuta, ma non nello stesso punto. E il cammino non è immerso in un tempo omogeneo, ma anzi è la sede della sua eterogeneità e pluralità.

Perché in realtà anche a combinare distanza e vicinanza, differenze e somiglianze, e dunque accettando che quelle vestigia pompeiane siano testimonianza sia delle une che delle altre, rimarrebbero alcuni elementi difficili da smentire.

La preziosità, anzitutto, di un luogo che ci fa capire quanto ampia può essere la dimensione umana, poiché le differenze che notiamo non si riferiscono ad altre creature, a regni animali diversi dal nostro, o ad altri pianeti, ma ad uomini e donne, ed il diverso che ci consegnano insieme al tanto simile è interessante ed attraente, il benvenuto per chiunque.

Turisti e studiosi di ogni parte del mondo e di ogni idioma hanno un contatto immediato con Pompei antica, che riesce cioè a “parlare” ad ognuno di loro, come un dizionario universale, una “lingua mentale comune a tutte le nazioni” (ancora Vico), una sorta di traduttore oltre le parole, un globish diverso da ogni lingua franca, perché priva di mediazione, sinceramente, direttamente universale: un’oikuméne.

Il diverso addosso all’uguale, il distante nel vicino, lo strano sul consueto, sono i miscugli della pozione offerta da Pompei antica, che perciò, senza contraddizione, può anche dirsi terribilmente contemporanea, come nel 2017 recitava il titolo di prima pagina del quotidiano napoletano “Il Mattino” (quello del FATE PRESTO di Warhol) nel presentare la mostra Pompei@Madre. Materia archeologica.

Quando si è a Pompei è difficile, poi, sfuggire al suo straordinario paesaggio, che mi pare un vero e proprio paradigma di come lo intendiamo, oggi. Non ci sono solo le rovine, lì, ma un contesto che deve a tanti fattori il suo aspetto attuale, così affascinante, ma anche terribile, persino horridus: a Pompei non trovo spazi, ma luoghi. I quali possono essere percepiti come oggetti dovuti all’uomo, ma si trascurerebbe – almeno – il ruolo del Vulcano nella vicenda, sia per l’evidente parte che il Vesuvio ha avuto nel distruggere, uccidere, eliminare in poche ore insediamenti secolari, e dunque nel cancellare la macchia umana e modellare la geografia, sia nel conservarne le vestigia e le tracce, con vere e proprie coltri geologiche tutrici, quasi un grembo che ha accolto, coperto, rivestito e preservato resti e tracce, manufatti e impronte, sia pieni che vuoti, una gestazione in lunghissima attesa di un parto. 

Sterminatòr, ma anche Creatòr Vesevo, generatore, coautore di incredibili oggetti, e forme, a cui dobbiamo, per dirne una, un colore, il rosso pompeiano, appunto. Un Efesto non a caso figlio di Era – al lavoro nella sua officina di fiamme e fumi, cui – sempre non per caso – i Romani diedero il nome di Vulcano.

  • E questo cos’è, polvere di scavo? E’ bellissima, così bianca….
  • No Anto’, è gesso di Parigi. Una fatica procurarmelo, e sapessi quanto costa…
  • Gesso di Parigi? E che tiene di speciale? Il maestro usa il gesso per scrivere sulla lavagna, non è buono quello?
  • Dipende cosa ci devi fare. Il fatto è che un mio predecessore ha avuto un’idea. Tanti morti qui a Pompei sotto l’eruzione del 79 sono rimasti per secoli sotto una terra strana, fatta di cenere leggera, quasi come una veste, che si è indurita intorno ai corpi; col tempo ovviamente membra, tessuti, organi si sono consumati, ma è rimasto, insieme ad altri resti organici, il vuoto che li conteneva. Fiorelli – così si chiamava quel mio predecessore – ha pensato che potesse essere un’impronta, come una formina, di quelle che usi sulla spiaggia, e che riempiendola potevamo ritrovare le forme di quei corpi; serviva perciò un materiale adatto, delicato come la sabbia ma resistente: il gesso di Parigi, appunto. Oggi usiamo anche altri materiali; vieni, ti faccio vedere gli ultimi che abbiamo fatto, li chiamiamo “i fuggiaschi”.
  • Maro’…, ma sono vivi? Sembrano persone… di pietra!
  • Eh, potrebbero sembrarlo, in effetti, come morti che si levano a nuova vita insieme alla loro città mentre viene dissepolta…. No, non ti impressionare, Antonio. Sono stati umani, ma queste sono rappresentazioni, che noi abbiamo realizzato insieme al Vesuvio. E sai qual’è la cosa strana? Che grazie al fatto che il vulcano li ha “fatti” insieme a noi, non sono statue, né fusioni, e nessuno può criticarli troppo. Se invece uno scultore prova a creare qualcosa di simile, nascono polemiche. Un giovane molto talentuoso ha realizzato anni fa una figura tragica, una donna stesa per terra ispirata alle figure dei nostri calchi, destinata a guarnire una tomba in un cimitero di Milano: l’hanno dovuta ritirare, dava troppo fastidio… 
  • E chi è questo scultore?
  • Si chiamava Medardo Rosso, è morto qualche anno fa.
  • Che strano nome! Sembra quasi un destino di artista!
  • Si, hai ragione, ma capisci quanto sono unici questi calchi? Non statue, non persone, ma qualcosa di più: hanno dato un corpo alla morte, una forma al dolore, una figura alla tragedia…
  • Si, è terribile, stanotte di sicuro me li sogno…

E come sempre quando abbiamo a che fare col paesaggio, a Pompei mi sorge la tentazione della nostalgia, la canaglia che ci fa trattenere, del passato, solo dolcezze e memorie soavi, acuendo il mal di vivere del presente. Si, a Pompei tutto sembra predisposto per far scattare il subdolo meccanismo del confronto tra antichità auree e contemporaneità mediocri, elegie d’ieri imparagonabili con le piccole cronache d’oggi. Si tratta di una truffa, come lo era l’idea che il paesaggio si riferisca al bello, alla veduta rasserenante, un Prozac prima del Prozac. Basta fermarsi un po’, basta guardare in basso, tra gli scavi, per cogliere i tumuli di sordide storie e piccinerie, di ignoranza e sfruttamento, di diseguaglianze ed ingiustizie, di dolore e noia, che trovano tra le rovine una forma, persino un’estetica. No, a Pompei io capisco bene che nel passato non c’è Eden, Arcadia, non Parnaso, più di quanto ce ne sia oggi. Anche se oggi cerchiamo, curiamo, studiamo documenti, registrazioni dell’esperienza umana nel mondo naturale, e possiamo discutere di natura naturans e di natura naturata. E se da queste parti continuiamo, per esempio, a scrivere di tutto sui muri, come duemila anni fa (“non è cambiato nulla”…), è però vero che a poter farlo, e leggere quelle scritte, e comprenderle, sono oggi tantissimi, mentre allora erano davvero pochi. Ed infatti abbiamo potuto permetterci, grazie alla diffusione dell’alfabetizzazione, di usare mura inscritte come una “picciola favoletta” (Vico), cioè come un “mini mito” (Gillo Dorfles), insomma come una metafora, una meta-conoscenza per estrarne l’idea di scritte pubbliche su mura digitali rivolte a miliardi di altre persone, e, già che ci siamo, di consentire a queste di reagire, e di scrivere a loro volta. Le iscrizioni sui muri di Pompei, così poco epigrafiche, potranno insomma apparire i post del I secolo, e forse non è sbagliato supporre ci sia il medesimo, ed immutato bisogno dietro alle une e agli altri. Ma sarebbe cieco non vedere quanto diverso sia il mondo con Facebook e Instagram, quello cioè che ne ha consentito la nascita e la diffusione universale, rispetto a quello in cui a poter scrivere sulla parete di un edificio “barbara barbaribus barbabant barbara barbis” erano in pochi, e pochissimi potevano leggerlo. Come pochissimi avrebbero potuto ricorrere ad immagini sui palazzi per esprimersi pubblicamente, mentre a farlo oggi socialmente sulle pareti virtuali siamo in miliardi.

Se mettiamo insieme queste e altre caratteristiche, si giunge piuttosto agevolmente alla consapevolezza che nella sua seconda vita Pompei sia diventata, all’osso, un dispositivo. Per di più multifunzionale, capace di attivare tanti elementi, il quale muove però da un gesto iniziale, un motore d’avviamento del meccanismo: l’esumazione.

Si tratta dell’actus contrarius dell’inumazione, che secondo l’etimologia proposta da Vico (in-humare) è al cuore dell’humanitas, una delle ricorrenze nelle civiltà umane (Vico le definiva, modernamente, “Nazioni”) che attesterebbe la regolarità di alcune strutture, in ogni tempo ed in ogni luogo del mondo, tali da consentire la Scienza Nuova, vera e propria antesignana delle Humanities odierne. L’estrazione dall’interrato di resti di luoghi antichi e di vita remota è, in effetti, un’esumazione ma in senso etimologico, un’es-humazione, afferisce ad un bisogno umano quanto il suo reciproco, ed esige come il suo reciproco di essere improntata al rispetto.

Come per inumare, anche il dispositivo di es-humazione deve avere un’elaborazione rituale, con la grande differenza che mentre ciò che accade dopo l’inumazione non grava sulle spalle dei vivi, perché afferisce al mistero, dunque i suoi riti sono cultuali, le conseguenze dell’es-humazione ci toccano, ineriscono alla nostra responsabilità (commitment), a questa vita, al lavorare sulla conoscenza dell’essere umano e del suo rapporto con il contesto in cui si dispiega la sua vita; e perciò le routine che la riguardano possono essere culturali e tecniche, in un ampio onere di cura.

E qui comincia la questione della manutenzione, la più umile, pudica forma di cura; sulla quale, anche, sappiamo oggi assai di più, al punto che abbiamo potuto persino codificarne alcuni elementi in guisa di standard tecnici.

Abbiamo capito, ad esempio, che per essere mantenuta, qualcosa deve essere mantenibile, e si è perciò elaborato il concetto di “manutenibilità”, “l’attitudine di una entità, in assegnate condizioni di utilizzazione, a essere mantenuta o riportata in uno stato nel quale essa può svolgere la funzione richiesta, quando la manutenzione è eseguita nelle condizioni date, con procedure e mezzi prescritti” (norma UNI 9910). Ma oltre a poter disporre di una tecnica, bisogna confidare sulla sua attendibilità, e soprattutto sviluppare un’attitudine ad usarne il senso. Questo è un elemento prezioso, che ha presidiato al modo con cui il Parco Archeologico di Pompei ha avviato la nuova, imponente campagna di scavi, dopo molti decenni, invertendone la direzione tradizionale, e dunque programmando gli interventi a partire, appunto, dai bisogni di conservazione e fruizione, e via via risalendo indietro sino agli scavi: solo se ci sono le condizioni di “manutenibilità” si può autorizzare l’es-humazione.

E così, sempre in dipendenza dalla esigenza di rispetto, si comprende anche come Pompei si sia dotata di un complesso sistema di manutenzione, con largo utilizzo di sorveglianza tecnologica, intendendola come “combinazione di tutte le azioni tecniche, amministrative e gestionali, previste durante il ciclo di vita di un’entità, destinate a mantenerla o riportarla in uno stato in cui possa eseguire la funzione richiesta” (UNI EN 13306). Ma aggiungendovi anche la consapevolezza che la “funzione richiesta” per l’“entità” Pompei sia, fondamentalmente la sua fruizione, non solo per ragioni connesse alla finalità fisiologica del patrimonio culturale della Nazione, ma anche per l’aumentata convinzione che usare serva a conservare.

Il programma di manutenzione oggi attivo nel Parco Archeologico riguarda, ovviamente, i manufatti e gli ecofatti tangibili, per far loro continuare ad essere tra noi, per quanto possibile, come ci sono giunti, o almeno di contenerne l’inevitabile degrado. Ma la mera presenza non è loquente a sufficienza, ad essi come ad ogni ente è necessario ma non basta essere, per esser-ci; il senso, i moventi, le funzioni, la storia, il pensiero di cui sono veicoli sono anch’essi oggetto di scavo, di ricerca, di anelito alla comprensione: anche il significato è un reperto, da scoprire, portare in luce, mettere in chiaro, utilizzare.

Ecco dunque la ragione per cui, nel lavorare a Pompei, proviamo a prendercene cura come maneggiando un dispositivo, fornitore di conoscenza, coscienza, consapevolezza, spirito, esperienza, emozione, diletto e godimento, idee ed economia. Ed è un privilegio poter concorrere a manutenere, oltre al materiale tangibile, anche l’enorme serbatoio di immateriale che esso consegna all’umanità di ogni epoca, mediante tracce, documenti, oggetti, progetti come quello di Pompeii Commitment . Un materiale immateriale che, me ne vado sempre più convincendo, è probabilmente il vero nucleo di patrimonio universale, perciò senza tempo, di cui occuparci.

  • Don Amede’, che fate con quello strumento?
  • Misuro, Antonio; la misura è una necessità per ogni impegno.
  • E che misurate?
  • Tante cose; gli oggetti che andiamo ritrovando, naturalmente, ma anche le profondità degli scavi, la massa che rimuoviamo, gli strati di terra che incontriamo, le dimensioni del campo del ritrovamento, le distanze da luoghi conosciuti… A me però interessa soprattutto misurare il significato.
  • E come si misura un significato?
  • Buona domanda, Anto’, buona domanda…

P.S. Giambattista Vico, cui chiedo umilmente venia, è morto nel 1744, appena quattro anni prima del disvelamento di Pompei antica. Ma probabilmente lui l’aveva già dissepolta, nella sua mente.

 

Pierpaolo Forte e’ membro del Consiglio di Amministrazione del Parco Archeologico di Pompei