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© Pompeii Commitment. Archaeological Matters, un progetto del Parco Archeologico di Pompei, 2020. Project partner: MiBACT.
Tutte le immagini d’archivio o realizzate al Parco Archeologico di Pompei sono utilizzate su concessione di MiBACT-Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo-Parco Archeologico di Pompei. È vietata la duplicazione o riproduzione con qualsiasi mezzo.

Tai Shani, in conversazione con Lucia Pietroiusti. Untitled Hieroglyphs

Pompeii Commitments 08    11•02•2021

Video:

Tai Shani
Untitled Hieroglyphs, 2021
Video, 18’37”
Courtesy l’Artista

Testo:

Tai Shani in conversazione con Lucia Pietroiusti, gennaio 2021

In occasione e nel contesto di Pompeii Commitment. Materie archeologiche – primo programma di arte contemporanea ideato e prodotto dal Parco Archeologico di Pompei – Serpentine Galleries e Pompei collaborano invitando tre artiste, coinvolte nel progetto Back to Earth di Serpentine, a condividere alcuni spunti di riflessione sui loro attuali percorsi di ricerca, che incrociano tematiche connesse all’archeologia, all’archeobotanica e all’archeozoologia.

La prima presentazione è dell’artista Tai Shani, che ha realizzato un nuovo video in dialogo con Lucia Pietroiusti, General Ecology Curator della Serpentine Galleries. Intitolato Untitled Hieroglyphs (“Geroglifici senza titolo”), offre una riposta visuale alla loro conversazione. Il testo integrale dell’intervista tra Pietroiusti e Shani accompagna il video e approfondisce alcune delle tematiche affrontate dall’artista nel suo prossimo progetto The Neon Hieroglyph (“Il geroglifico al neon”), che intreccia una serie di considerazioni poetiche su una storia femminista dell’ergot, o Claviceps purpurea, un fungo che infesta la segale e altri comuni cereali, e da cui si può sintetizzare la sostanza allucinogena nota come LSD. La ricerca di Shani spazia dalle cellule alle galassie, dalle pitture rupestri del Paleolitico ai segni ottici lasciati nell’occhio interno dalla fotografia coi droni, passando per la piaga del ballo, psichedeliche streghe comuniste, funghi iper-sessualizzati, ascese e discese. Con The Neon Hieroglyph, l’artista si dedica, nelle sue parole, alla “costruzione di una casa in cui non abiteremo mai, una casa per i nostri fantasmi, dove si scontrano il gotico e l’allucinatorio, dove emozioni gotiche e terrore frattale formano un mausoleo per spettri psichedelici. E poi il sole! Il sole è un fantasma che infesta le notti!”. L’espansione della coscienza e le caratteristiche allucinatorie dell’esperienza psichedelica possono pertanto offrire sia una proposta, sia un punto di accesso a storie multiple e a una forma di conoscenza alternativa nell’ambito del potenziale narrativo racchiuso a Pompei. SB

The Neon Hieroglyph é commissionato da Manchester International Festival, e The British Art Show. Il progetto é sviluppato in collaborazione con Serpentine Galleries.

Crediti del video: Montaggio: Lori E Allen / Musica: Maxwell Sterling / Filmato: 
Ergot: The Story of a Parasitic Fungus. Wellcome Collection / Ergot Fungus Infection in Wheat. Anna Gordon, Fernan Federici & Jim Haseloff. Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

Back to Earth è curato e prodotto da Rebecca Lewin, Hans Ulrich Obrist, Jo Paton, Lucia Pietroiusti, Holly Shuttleworth and Kostas Stasinopoulos.

Un sentito ringraziamento a Nicoletta Fiorucci Russo e al Fiorucci Art Trust.

Immagine in home page: Tai Shani, The Neon Hieroglyph, 2021. Courtesy l’Artista

 

 

 

Tai Shani (Londra, 1976) è un’artista che vive e lavora a Londra. La sua pratica multidisciplinare, che combina performance, video, fotografia e installazioni, è incentrata su testi narrativi di carattere sperimentale. Shani crea immagini violente, erotiche e fantastiche, raccontate con un linguaggio denso e fiorito che re-immagina l’alterità femminile come una totalità perfetta all’interno di un mondo completo di cosmologie, miti e storie che negano la narrazione patriarcale. L’alternanza di figure di stile e strutture familiari con una prosa teorica le permette di esplorare la costruzione della soggettività, l’eccesso e gli effetti dell’epica come il terreno su cui costruire un realismo post-patriarcale. Il progetto DC Productions (2014-2019) proponeva un’allegorica città di donne, in un adattamento sperimentale e allargato del pionieristico volume femminista La città delle dame di Christine de Pizan, del 1405. Nel libro, l’autrice costruisce una città per donne illustri ispirata a una concezione medievale della storia, in cui i confini tra realtà, mito e finzione sono sfumati. Questo approccio non gerarchico è alla base anche della costruzione dei personaggi e del racconto di DC. Nel 2019 Tai Shani ha pubblicato la raccolta di testi Our Fatal Magic. Nel 2019 Shani ha vinto il Turner Prize, insieme a Lawrence Abu Hamdan, Helen Cammock e Oscar Murillo; lo stesso anno è stata candidata al Max Mara Art Prize for Women. Le sue opere sono state esposte presso gallerie e festival in tutta Europa, tra cui: Turner Contemporary, Regno Unito (2019); Grazer Kunstverein, Austria (2019); Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Italia (2019); Glasgow International, Regno Unito (2018); Wysing Arts Centre, Regno Unito (2017); Serpentine Galleries, Londra (2016); Tate, Londra (2016); Yvonne Lambert Gallery, Berlino (2016); Irish Museum of Modern Art, Dublino (2016).

Pompeii Commitment

Tai Shani, in conversazione con Lucia Pietroiusti. Untitled Hieroglyphs

Pompeii Commitments 08 11•02•2021

Tai Shani in conversazione con Lucia Pietroiusti

 

LP: Bene, direi che possiamo iniziare. Grazie per aver accettato di partecipare a questa conversazione.

TS: Ne sono entusiasta.

LP: Anch’io. Dunque, suppongo che all’origine della nostra chiacchierata su questo progetto – ma non del progetto stesso – ci sia la discussione relativa alle diverse forme di consumo di ergot [N.d.T. Nome comune del fungo Claviceps purpurea, che infesta alcuni cereali, in particolare la segale, generando tossine. La segale contaminata viene chiamata “segale cornuta”, per via delle escrescenze (sclerozi) a forma di corna che si formano nelle spighe] sull’isola di Alicudi, al largo delle coste italiane. Puoi parlarci di come è nato il lavoro di ricerca che sta dietro al progetto, e di come vi si inserisce l’isola di Alicudi?

TS: Certo. Stavo terminando il grosso progetto DC: Productions (2019), a cui avevo lavorato per cinque anni prima di sentirmi pronta a voltare pagina e dedicarmi ad altro. E non pensavo proprio di adottare ancora una metodologia del tipo “holding pattern”, che prevede un corpo di ricerca principale a cui attingo e da cui emanano tanti lavori diversi. All’epoca ero tra i finalisti di un premio e mi trovai a dover presentare una proposta in tempi piuttosto brevi, quindi cercai di mettere a fuoco le tematiche che desideravo esplorare ulteriormente a partire proprio da quel progetto. Volevo anche prendere le distanze dall’aspetto più apertamente politico del precedente lavoro e dal suo focus sulla costruzione di mondi utopistici: volevo esplorare nuovi territori. Il premio in questione era un premio italiano, e io da ragazzina avevo trascorso molto tempo in Italia, perché mio padre ci ha vissuto per diversi anni. C’erano molte cose che desideravo approfondire, tra cui le origini dell’uso di sostanze psichedeliche in Italia. Mi ricordai che vicino a Roma c’era una comune molto interessante di sole donne, su cui qualcuno di mia conoscenza aveva girato un film. Nel tentativo di ricordarmi il nome della comune, o quanto meno del gruppo di donne coinvolte, mi imbattei nell’isola di Alicudi. Alicudi rappresenta proprio il tipo di narrazione storica che mi affascina, quella a cavallo tra mito e realtà. La leggenda narra che sull’isola, per 450 anni di fila, ci sia stata una sorta di epidemia di ergotismo, perché l’unico cereale disponibile era la segale cornuta, ovvero infestata dall’ergot, che veniva macinata per fare il pane, per cui gli abitanti dell’isola si sarebbero fatti dei trip per 450 anni!

Ovviamente, tutto ciò è impossibile. Per crescere, questo fungo ha bisogno di condizioni molto specifiche: non è così diffuso come potremmo pensare, per cui mi risulta difficile credere che la cosa sia andata avanti per tutto quel tempo. Però sono proprio storie di questo tipo a interessarmi, storie un po’ controverse che racchiudono in sé un senso di fuga dalla realtà o di eccesso.

Questa la trovavo irresistibile. Inoltre, mi ero appassionata a un mito specifico delle isole Eolie (di cui Alicudi fa parte), che ruota intorno alla figura della “maiara”, una sorta di strega volante. È una delle poche descrizioni di strega buona nella storia europea. Queste maiare si spalmavano il corpo con una specie di unguento che permetteva loro di volare sulla terraferma, da cui facevano ritorno con cibo e ricchezze per poi banchettare sulla spiaggia. In questa particolare concezione della strega – che protegge, aiuta e usa i suoi poteri per il bene collettivo – non potevo fare a meno di notare una sorta di dimensione socialista.

Quel senso di collettività era proprio ciò che avevo intenzione di indagare, e l’ergot mi sembrava un fil rouge molto interessante per studiare come questioni più metafisiche, il misticismo immateriale, o la dimensione fantastica della nostra cultura e della nostra esperienza di vita possano essere impiegati in maniera più diretta, di stampo socialista-materialista.

LP: Quindi tutto è iniziato con l’isola di Alicudi.

TS: Esattamente. È interessante perché proprio qualche anno fa, in un villaggio nel nord Italia di cui non ricordo più il nome, avevano deciso di rimettere in scena il processo all’ultima strega che lì era stata condannata a morte. Mi pare che si chiamasse Bertolino. Volevano inscenare il processo per rimettere le cose a posto, in un certo senso, per riflettere su come è cambiata la percezione della femminilità e cose del genere. Ho richiesto il permesso di assistere e documentare il processo, che alla fine tuttavia non ha avuto luogo. E poi c’è quella storiella che ho sentito alla CNN o da qualche altra parte, raccontata a più riprese e in modi leggermente diversi da vari media, su quella che definivano “l’isola dell’LSD”.

LP: E l’ergot, dato che hai appena parlato di LSD, si inserisce in quella storia…

TS: Sì, l’LSD prevede quel tipo di processo chimico, anche se ovviamente quando viene sintetizzato alcuni degli effetti collaterali più fatali vengono eliminati. Il consumo di ergot è molto pericoloso: le tossine possono provocare allucinazioni ma anche gravi manifestazioni fisiche, fino alla cancrena. L’ergotismo è una malattia che può portare alla perdita degli arti, ed è legato a una storia molto interessante, perché del suo trattamento si occupava l’ordine di Sant’Antonio. Nel Medioevo c’era tutta questa gente che soffriva di ergotismo e perdeva gli arti a causa delle violente ondate di questa malattia. E avevano bisogno di cure, per cui in un certo senso sfociamo nella storia della malattia e, sebbene questo aspetto mi interessi di meno, l’ergot ha anche alcune proprietà medicinali, ad esempio viene usato nel trattamento dell’emicrania, in certi Paesi ancora oggi. Era anche usato per provocare l’aborto. Per cui ha una storia molto interessante come sostanza che da un lato cura e dall’altro può essere letale.

LP: Il lavoro che stai presentando nell’ambito del Manchester International Festival si compone di nove vignette, per così dire, da dentro questa storia, e in cui si sente parlare una voce che potrebbe essere dell’ergot ma che a me è sembrata muoversi dentro e fuori personaggi umani e più-che-umani. Per cui, in un certo senso, c’è una sorta di identificazione, o quantomeno di porosità, tra l’ergot e una voce che potrebbe essere quella di una strega, forse di una “maiara”. È così?

TS: Penso che dovremmo stare molto attenti a collegare la diffusione dell’ergotismo alla stregoneria, perché non possiamo negare che la caccia alle streghe e la persecuzione delle donne furono condotte su scala industriale, e portarono alla morte di 70.000 donne in tutta Europa. È stata un’aberrazione totale, mossa da ragioni ideologiche. Per cui bisogna essere cauti quando si parla di questi due argomenti. Certo, c’è chi vede una relazione tra i processi alle streghe di Salem e l’intossicazione da ergot che avrebbe portato a una loro escalation. Se pensiamo ad esempio a come, presso molte culture indigene, gli allucinogeni siano usati come una sorta di tramite per parlare con il divino, non è difficile concludere che l’immaginazione medievale dovesse essere molto fertile per ricollegare al divino soggetti sotto l’influsso di sostanze allucinogene. E il tipo di esperienza vissuta da chi ingeriva ergot era de facto un’esperienza psichedelica, sul serio. Ecco perché c’è da essere molto cauti: se dici, infatti, “Queste donne (e qualche sporadico uomo) che venivano accusate di stregoneria, e di conseguenza arse vive, erano sotto l’influsso di un allucinogeno” stai in qualche modo assolvendo una società che era principalmente interessata a privare di ogni diritto e addirittura a estirpare le donne anziane che vivevano di elemosine. Tuttavia, anche questa tensione narrativa rientra nelle tematiche di cui mi interesso, in cui una realtà sociale molto concreta incontra un’altra realtà, soggettiva e immateriale. La figura della strega, in particolar modo della strega perseguitata, ci si avvicina molto, perché le donne etichettate come streghe erano spesso anziane, indigenti, prive di risorse, senza accesso ai mezzi di sussistenza, e completamente dipendenti dalla carità. Questo le rendeva vulnerabili: era facile accusarle di stregoneria e, in ultima analisi, condannarle a morte.

LP: Mi chiedo anche cosa succeda quando l’esperienza visionaria – ogni tipo di esperienza visionaria provocata da forme di uso mistico del corpo, tra cui l’assunzione di psichedelici – venga liquidata dalle neuroscienze in quanto priva di senso, e se ciò riveli qualcosa di particolarmente interessante in questo caso. Sembra quasi che esista un corpus di conoscenza che cerca di tutelarsi, a volte in maniera violenta, da un altro tipo di conoscenza estremamente sediziosa. È questo che, a mio avviso, mette le cose nella giusta prospettiva. Una delle ragioni per cui era giusto citare questo tuo progetto in un contesto ambientale o ecologico – nonché uno degli aspetti caratteristici di molti resoconti di esperienze mistiche, psichedeliche o sciamaniche – è quel senso di connessione, piuttosto che di disconnessione, con l’intero pianeta e l’infinita complessità della mutua dipendenza. In altre parole, è quasi un dovere verso la reciproca dipendenza in quanto esseri umani. Tutto ciò si trasforma molto rapidamente in una forma di conoscenza estremamente pericolosa e minacciosa per una società fondamentalmente estrattiva. Non è così?

TS: Sì, è proprio questo il punto. In merito allo stato che ho raggiunto io assumendo psichedelici, non so se sia possibile ottenerlo senza ricorrere alle sostanze, non ne ho esperienza, ma sono certa che alcune persone ci riescano. E stiamo parlando di uno stato che ha diversi livelli di intensità. Credo che il consumo di psichedelici favorisca potentissime esperienze di connessione, le quali però possono manifestarsi in maniera più leggera anche nella vita di tutti i giorni sotto forma di momenti di intensità in cui la soggettività è come sospesa e si accede a un senso di connessione, una dimensione cosmica del tempo e dello spazio. Spesso sono esperienze fuggevoli, ma ci sono.

Nella mia esperienza, la cosa più incredibile – e non sto certo esortando nessuno ad assumere psichedelici – la cosa più emozionante è la possibilità di provare questa sensazione per periodi di tempo prolungati. Non è un attimo fugace in cui vivi del tutto nel presente: spesso dura qualche ora, ed è una cosa veramente incredibile immergersi completamente e pensare al proprio posto nelle cose e a come ci rapportiamo gli uni agli altri. Da tutto questo deriva un’idea di solidarietà che si muove non soltanto nel presente ma si spinge anche nel passato e nel futuro. Penso che quel processo di guarigione sia molto importante, soprattutto in relazione alla sofferenza: non si permette alla sofferenza di trasformarsi in qualcosa di astratto. Non bisogna lasciare che la sofferenza di chi è molto lontano – nel tempo o nello spazio – si trasformi in qualcosa di astratto. Ecco, penso che questa sia una parte molto importante del progetto, anche per quanto riguarda il femminismo. Alcuni aspetti della storia dell’ergot possono essere approcciati in una maniera molto simile. Nella nostra storia di europei, ad esempio, avrebbe potuto essere molto presente, se non fosse stato eliminato dai procedimenti industriali: prima era piuttosto comune.

L’ultimo caso documentato risale al 1951, quando un’ondata di ergotismo si diffuse da un forno nella cittadina francese di Pont-Saint-Esprit. È interessante notare come la sua diffusione sia virale, un aspetto che ci riporta molto al presente. All’epoca questo tipo di intossicazione era già molto rara, e la gente cercava disperatamente di capirne l’origine. Il fatto è che un fornaio aveva finito le scorte di farina, e decise di usare un vecchio sacco di segale, che era stata contaminata. La gente iniziò ad avere allucinazioni, e ovviamente quando la prima persona cade preda di allucinazioni si pensa subito a una malattia mentale, poi però succede a una seconda, e così si inizia a cercare di capire cosa abbiano in comune quei due. Si tratta quindi di rintracciare l’origine dell’ondata “epidemica”, è un parallelo piuttosto interessante.

Sui documenti ci si chiede da dove possa venire, e perché questa famiglia si sia ammalata mentre i vicini di casa no. È strano immaginare un intero villaggio che si ammala, tutti i suoi abitanti che si intossicano. E alcuni nemmeno guariscono, per via della loro costituzione.

Esistono testimonianze video: c’è una clip incredibile in cui un padre dà voce alle esperienze della figlia, raccontando le creature che ha visto come un patriarca ventriloquo. Ne emergono elementi ricorrenti in cui è possibile riconoscere il resoconto di un’esperienza psichedelica. Ci si imbatte sempre più in un linguaggio visivo condiviso, condiviso anche da forme di esperienze psichedeliche piuttosto contrastanti, come il consumo di ergot, funghi allucinogeni, o dell’ayahuasca. Hanno tutti un’impronta riconoscibile.

LP: È interessante, non avevo pensato al concetto di epidemia. Tra le cose che possono essere definite “virali” ci sono, ovviamente, virus ed epidemie – come sappiamo fin troppo bene – ma anche fenomeni culturali o psichici. Penso alla storia del fornaio francese e al fatto che si pensasse a un’epidemia, mentre in realtà si trattava, per così dire, di una trasmissione da-fungo-a-uomo, di un’infiltrazione fungo-uomo, che tuttavia venne percepita almeno in parte come una sorta di psicosi contagiosa.

E questo ci riporta a quanto dicevamo prima: il presente istituzionale, estrattivo, capitalista – o il presente recente – cosa vede di tanto pericoloso in un’esperienza di tipo sciamanico-spirituale, mistica o psichedelica, da doverla reprimere in modo così violento? Poi però mi è venuto in mente che anche i movimenti della controcultura della seconda metà del Novecento, in cui l’LSD giocava un ruolo centrale, sono stati visti come una sorta di “epidemia sociale”. Si percepiva come un’ondata di rifiuto dell’autorità, un’ondata di pacifismo, un’ondata di diritti civili. Per cui, in un certo senso, il sistema dominante vive tutti questi avvenimenti come una sorta di meme virale.

TS: Senza dubbio. E, sebbene io sia cresciuta con degli evangelisti dell’LSD, personalmente non condivido la loro posizione, anche perché penso che oggi stiamo assistendo a uno sfruttamento capitalistico del potenziale degli psichedelici. Voglio dire, il microdosaggio di psichedelici va di gran moda nella Silicon Valley. So di un’organizzazione che accompagna gruppi aziendali su un’isola per provare l’ayahuasca, cose del genere. Non conosco le loro ragioni, probabilmente c’è di mezzo la produttività.

Penso che ormai sia difficilissimo non essere contaminati, o cannibalizzati, dal capitalismo, e purtroppo non credo che l’esperienza sciamanica o psichedelica possa farcela. Pensiamo all’eredità della controcultura: è possibile individuare parecchi collegamenti tra le politiche neoliberiste e l’uso degli psichedelici nelle controculture. Sono molto ben documentati, ne parla diffusamente gente come Erik Davis, che spiega con chiarezza in cosa consista questa genealogia.

Quella del movimento controculturale non è un’eredità di resistenza, ma una curiosa forma di assimilazione. Certo, non nella sua interezza: a mio avviso quando si interseca con il femminismo o con il tema della razza allora è un tipo di eredità completamente diverso. Ma intesa in termini di progetto umanistico, la sua eredità è piuttosto orribile. Per cui, per quanto mi riguarda, è importante capire come mettere in collegamento quei mondi, in contrapposizione al pensiero che intende la dimensione psichedelica come oggetto di colonizzazione capitalistica. Bisogna capire come collegare il progetto marxista di un futuro anarco-comunismo e gli psichedelici, che vanno intesi come uno strumento utile a tal fine. È questo che trovo interessante negli psichedelici, in opposizione, che so, all’immaginario o all’utopistico.

Certo, il pensiero utopistico e speculativo è stato centrale nelle politiche femministe, e in ogni sorta di progetto politico. Ma c’è qualcosa che mi interessa nelle sostanze psichedeliche, sia nei termini che abbiamo discusso, sia nel fatto che si tratta di qualcosa di materiale, nel senso che stai assumendo una sostanza, mangiando un fungo o bevendo un tè: di qualunque cosa si tratti, la stai ingerendo. Questo la rende un’esperienza non del tutto soggettiva, non si tratta solo di un’opinione: puoi dare un acido a chiunque, e questo chiunque si farà un trip. Non è questione di crederci o avere fede. È questo il motivo per cui ritengo che in tutto ciò ci sia qualcosa di utile.

LP: In passato hai accennato a qualcosa come uno “spiritualismo agnostico”. Mi sembra di capire che quanto hai appena descritto rientri in quel filone.

TS: Sì, è così. Voglio dire, sono una cittadina consapevole, e imparo e desidero capire meglio come sono costruiti i sistemi che ci circondano e come possano essere smantellati. Ma sono anche una persona che riflette sul mondo metafisico, e credo che l’intersezione di metafisico e secolare sia qualcosa di molto interessante e, al momento attuale, ancora poco sviluppato. Sono cresciuta in mezzo a tutte queste diverse forme di conoscenza, per cui per me non si tratta solo della decisione di dedicarmi a un certo tipo di pratica. Se non sbaglio durante la nostra ultima conversazione abbiamo portato a esempio Doris Lessing.

LP: Sì, e infatti ho ordinato il libro subito dopo, e l’ho appena ricevuto.

TS: Quel libro è figlio del suo tempo, e penso che lei sia piuttosto essenzialista o eteronormativa, la sua è un’idea piuttosto essenzialista del maschile e del femminile. Ma ricordo che, quando l’ho letto da bambina, sono rimasta fortemente colpita dall’immagine di un mondo separato in zone, dalla più – diciamo così – spirituale, alla più volgare. Nella zona più in alto di tutte non ci sono persone ma solo entità energetiche, mentre in quella più in basso le persone hanno ancora un corpo, oppure quei campi energetici sono ancora contenuti all’interno di corpi mortali. Ma sono molto evoluti: sono poliamorosi, possono comunicare con gli animali ecc. È un’idea meravigliosa, piena di riflessioni su come potrebbe essere una civiltà che vive in armonia e in cui ci si prende cura degli altri.

La prima cosa che fanno quando nasce un bambino è portarlo alla finestra e mostrargli le stelle, in modo che la sua relazione con il mondo includa da subito il concetto di distanza, dell’impossibile lontananza delle stelle.

Nella zona inferiore tutto è gerarchia, guerra e conquista, e ai bambini si fanno indossare elmetti con sopra dei sassi, in modo che non possano mai guardare in alto. È un modo molto semplice di descrivere cosa potrebbe essere una spiritualità agnostica, perché, insomma, le stelle sono lassù. Non sono sempre visibili, ma ci sono. E il semplice fatto di pensare a distanze di quel tipo innesca un modo di intendere il mondo che non è incentrato solo sulla Terra, è una sequenza di pensieri che si può espandere molto più delle nostre vite quotidiane. Ovviamente, la possibilità di dedicarsi a simili pensieri contemplativi è subordinata a una certa forma di privilegio, e a non dover pensare costantemente alla sopravvivenza nella sua forma più immediata. Per cui una “spiritualità agnostica” abbraccia tutto queste cose: il termine “spiritualità” si colloca automaticamente in un contesto di antagonismo, ma la possiamo intendere anche in senso psicoanalitico: una cornice di pensiero su amore, Eros, morte.

È tutta una questione di campi semantici che cercano di individuarne con precisione il senso.

LP: È buffo che tu stia citando Eros, l’amore e la morte, perché mentre parliamo ci troviamo proprio all’interno del sito archeologico di Pompei, uno dei luoghi dell’antichità classica per eccellenza. Il che ci riporta alla sconfinata mitologia – dell’antichità classica, per l’appunto – che è stata così a lungo letta attraverso una lente umanistica e antropocentrica in cui le divinità avevano fattezze umane. Dopodiché, il monoteismo ha unito tutte le divinità in un unico Dio, sempre antropomorfo. Invece, intendere l’antichità classica, i miti e l’immaginazione come maggiormente interconnessi, magari anche con l’animismo, permette di conoscere molto meglio la Terra, il pianeta e tutta la conoscenza accumulata osservando i fenomeni meteorologici e le stelle per decine di migliaia di anni. Un pensiero di questo tipo porta con sé un’enorme quantità di conoscenze interconnesse, in opposizione a un tipo di preistoria che ci racconta di un unico dio caduto.

TS: Sì, l’animismo è probabilmente il sistema di pensiero organizzato a cui mi sento più vicina. Esistono manifestazioni di ciò che chiamiamo animismo in diverse tradizioni, ad esempio nelle pratiche cabalistiche si crede che chiunque abbia una sorta di angelo. La cosa divertente delle religioni organizzate è che se le osservi con purezza, tutti i loro testi invitano all’amore, alla compassione, alla bontà, alla cura, allo stare insieme, all’altruismo. È la civiltà che manda tutto a rotoli.

LP: Vorrei tornare all’idea delle visioni condivise, perché l’amore è sicuramente una di esse. Queste visioni condivise sono distrutte dall’immaturità della civiltà. Ne abbiamo parlato prima: le coordinate dominanti delle civiltà attuali si fanno passare per contemporanee, e quindi “adulte”, ma se le relativizziamo sono in realtà incredibilmente giovani, e ampiamente immature. Mi chiedo se cose come la recente appropriazione capitalistica della controcultura ecc. non siano solo fuochi di paglia. Stiamo vivendo l’adolescenza di una civiltà che non ha raggiunto – e forse mai lo farà, vista la china distruttiva che ha preso – un diverso tipo di saggezza crescendo grazie al confronto con la coscienza degli altri esseri umani e, sì, con questa “mutua interdipendenza”.

TS: Un paio d’anni fai sui social girava uno schema molto interessante che relativizzava il tempo trascorso sulla Terra dall’essere umano, in una specie di epica scala planetaria. Hai assolutamente ragione. Un’altra storia che si ricollega all’ergot, per riportarlo al centro del discorso, è che durante i misteri eleusini si consumava una bevanda chiamata cicero (kykeon). Questo è un dato storico, ma è sempre interessante vedere come ci si muova sempre in una zona scivolosa a cavallo tra storia e mitologia, perché di fatto nessuno sa cosa accadesse durante quelle celebrazioni, nessuno poteva raccontarlo per timore di essere maledetto per l’eternità dagli dèi. Per cui non esiste documentazione in merito, se non di qualche preparazione, come ad esempio un residuo di cicero a base di orzo, che era un altro cereale facilmente attaccabile dall’ergot.

Secondo una teoria – diciamo la più verosimile – il cicero conteneva un agente psicoattivo. Secondo un’altra, meno credibile ma tuttavia probabile, si trattava di funghi magici. E poi c’è la teoria più improbabile di tutte, ma anche la più divertente, secondo cui nella bevanda ci sarebbe stato dell’ergot. Ma stiamo parlando di riti celebrati per 2000 anni di fila, e non è pensabile che i cereali fossero contaminati per tutto quel tempo. Capisci cosa intendo? Ma relativizziamolo un attimo sulla scala del tempo. Immagina un rituale che venga compiuto due volte l’anno, tutti gli anni, dalla nascita di Cristo. È pazzesco, no?

La nostra vita è molto corta e noi desideriamo che in quel breve lasso di tempo accadano molte cose; non c’è da biasimarci, perché in ultima analisi ci stiamo tutti espandendo verso la costruzione di qualcosa che non vedremo mai. Quindi è del tutto comprensibile che vogliamo quanto meno arrivare il più vicino possibile a vederlo. Un altro esempio sono i vasi canopi, che erano destinati a conservare i visceri estratti dai corpi durante la mummificazione per il passaggio nell’aldilà: anche questa pratica durò ininterrottamente per 2800 anni.

LP: Che strano, mi hai appena fatto venire in mente una cosa che potrebbe avere a che fare con questa conversazione, o anche no… ma ho pensato che l’arte, in un senso molto ampio – in termini di astrazione, metafora, mito, certi tipi di pratica, astrazione rituale in senso lato – è la più resiliente custode della memoria, e quindi della tecnologia, che noi umani, come specie, abbiamo saputo creare.

E questo spiega come mai perduri così ostinatamente nel tempo, nello spazio, attraverso le civiltà, e via dicendo. Si tratta di una forma di conservazione della conoscenza relativa a relazioni materiali, pratiche, con il pianeta. O relativa al nostro posto sul pianeta in quanto specie. L’altro giorno, come capita sempre quando pensi che qualcosa sia molto profondo, ma poi cerchi di articolarlo e all’improvviso diventa banale… dicevo, l’altro giorno ho avuto un momento di semi-trance in cui mi sono resa conto che c’è qualcosa che mi ricorda un mito classico nel ciclo delle piante, nelle stagioni, in tutte le cose legate alla terra, che per un breve periodo, prima della germinazione, vivono nel regno dell’astrazione. E poi tutto fa nuovamente ritorno alla terra, in un procedimento circolare; e fa ritorno alla terra in parte perché moriamo. Quindi c’è una sorta di scambio tra l’astratto e il materiale che si ripete ancora e ancora, e dove l’astrazione è solo uno stato effimero e temporaneo all’interno di un sistema circolare più grande.

TS: Sì, è un momento di dinamismo.

LP: E dura solo un istante. Il motivo per cui mi è venuto in mente mentre parlavi – e il motivo per cui trovo così toccante la combinazione di ciò che stavi dicendo a proposito della brevità della nostra vita e questo minuscolo momento di cambiamento di stato – è, credo, che tu e io e tante altre persone abbiamo bisogno di vivere “con” l’arte, in mezzo all’arte.

TS: Penso che questo si riallacci molto bene all’idea di linguaggio visivo condiviso – ne abbiamo parlato poco fa – una delle prime cose a cui mi sono avvicinata durante la fase di ricerca per questo progetto. Mi chiedo come sia possibile che tutti vediamo gli stessi motivi geometrici, e che tanti di noi vedano gli stessi geroglifici fluorescenti e traslucidi. Ricordo che durante uno dei miei primi trip non riuscivo a sopportare questo effetto, e così chiusi gli occhi. Eravamo un gruppo di ragazzini a casa di mia madre, che credo fosse via per il weekend.

E mi ricordo che chiusi gli occhi e vidi questa cosa venirmi incontro, un’allucinazione, ma al buio, per cui non era un motivo geometrico ma piuttosto un’immagine genetica completamente alterata, una strana creatura con tanti occhi, le ali e delle fiamme.

Anni dopo, quando lavoravo come programmatrice all’Horse Hospital di Londra, ci fecero vedere il lavoro di una persona che era morta di recente, una scatola di disegni che avevano trovato, tutti incentrati su un evento cosmico che sarebbe dovuto accadere prima o poi nel futuro. E c’erano tutti questi serafini, ben diversi dall’immaginario di serafini e cherubini a cui siamo abituati: erano creature piuttosto spaventose con tantissimi occhi e sei ali e delle fiamme. Li riconobbi, erano gli stessi del mio trip. La persona che li aveva disegnati soffriva di disturbi mentali, e i disegni erano stati portati a termine durante le allucinazioni.

Ma li avevo visti anche io durante quel trip senza sapere cosa fossero, e li ho riconosciuti solo vent’anni dopo. Le trovo molto interessanti, queste sincronicità che ruotano intorno al linguaggio visivo e agli psichedelici. Quando ho iniziato ad approfondire questo aspetto nella pittura – non tanto Hilma Af Klint, perché a mio avviso lei rappresenta piuttosto una dimensione spirituale, ma artisti come Ethel Le Rossignol o Georgiana Houghton – ci ho trovato qualcosa di simile. La pelle dei soggetti di Ethel Le Rossignol sembrava una bizzarra tappezzeria ricca di motivi decorativi, molto simile alle superfici psichedeliche o anche a quelle immagini di Deep Dream (quando Google ha lanciato il programma non potevo crederci). Quelle linee cadenti, le cose che si sciolgono una nell’altra. Ovviamente, in quest’ultimo caso si tratta di un software che trova e potenzia dei pattern in una superficie che riconosce come un viso, un animale o degli occhi. Così ho deciso di indagare questo vedere comune per capire com’è possibile che esista. Tra parentesi, non ho ancora una risposta, ma lì si annida qualcosa che all’epoca trovavo molto importante.

Ma questo vale anche per le cosiddette “mosche volanti” e tutti i fenomeni ottici che accadono nei nostri occhi, dietro le palpebre. Esiste una teoria secondo la quale i primissimi disegni rupestri sarebbero rappresentazioni di ciò che l’occhio vede al buio, quegli stessi scarabocchi e zig-zag, quindi anche qui c’è qualcosa di interessante. L’idea che le primissime testimonianze “scritte” siano basate su un fenomeno interiore mi pare notevole. Ma insomma, non sono una specialista in nessuna di queste cose, sono un’artista che le usa come fonte di ispirazione. Sono certa che esista qualcuno in grado di confutare, che so, l’uso dell’ergot nel cicero, ma io ho scelto di credere che venisse usato.

LP: Be’, in una certa misura l’esperimento mentale rimane comunque valido. Certo, non siamo scienziate materialiste, per cui certi obblighi non li abbiamo, ma è proprio qui che sta il divertimento. Stavo anche pensando a come il tema del “divino femminile” sia un altro vaso che, se scoperchiato, potrebbe portarci a parlare per un’altra ora, ma è una conversazione che vorrei affrontare con te prossimamente.

TS: Sì, certo. È importante articolare la politica femminista dell’opera, dato che ne fa parte e che, a mio avviso, l’unica strada, l’unica via che abbiamo per immaginare un tipo di anarco-comunismo ambientalista e orizzontale è attraverso il femminismo. È l’unico modo possibile di pensarci, perché lo scopo del femminismo è quello di smantellare i sistemi che altrimenti impedirebbero un futuro di questo tipo. E quando dico “femminismo”, lo intendo nella sua accezione più ampia e intersezionale possibile. Non sto parlando di femminismo da donne dispotiche, sto parlando di quello vero, quello che vuole abbattere il sistema e ripartire da capo.

LP: Che è poi un tipo di femminismo e multi-womanism queer.

TS: Esattamente. Il linguaggio è limitante, vero? Ma le voci emerse dal progetto parlano di molti tipi diversi di sessualità, e di come vengano smantellati: riflette sulla razza, la classe, l’ecologia, l’economia e tutte queste cose messe insieme. Credo che ora sia questa l’unica linea di comunicazione col futuro. O meglio, l’unica linea di comunicazione con un futuro che io ritenga auspicabile.

LP: E che posto occupa la spiritualità in questo progetto politico, considerando le limitazioni che il termine stesso pone? Insomma, è un aspetto molto forte del tuo lavoro, ti sei occupata parecchio di mistica femminile e utopie femministe. Tutti temi che, a quanto capisco, questo progetto riconcilia in un modo molto specifico e pertinente.

TS: Sono cose che sto ancora elaborando, ma volevo ripensarle in maniera diversa. Alla fine del progetto ho sentito con chiarezza come il problema principale che avevo nei confronti di me stessa e del mio lavoro fosse quello di non sentirmi istruita quanto lo sono ora, se vogliamo dirla così. All’epoca sentivo molto molto forte l’urgenza di inscrivere nel mondo le mie esperienze di donna, ma poi alla fine ho capito che c’erano attiviste che stavano facendo un lavoro molto migliore.

Credo fermamente nella chiamata alla collettività, ma deve essere chiaro qual è il suo scopo, e che non si tratta solo dell’invito a entrare in un istituto artistico, che di certo è uno spazio molto rarefatto. Non penso che l’arte non sia “efficace”, in ogni caso. Penso che abbia un grosso potere trasformativo e che sappia parlare al misticismo nel modo in cui lo intendo e lo vivo io. Tuttavia, deve diventare più accessibile. Il problema dell’arte ha molto a che fare con il posto che occupa all’interno della nostra struttura sociale. Non stiamo parlando dell’arte in quanto tale. È per questo che all’improvviso non mi sembrava più così urgente dover sentire la mia voce in quel contesto, quanto piuttosto altre voci. Non è che pensi di non aver niente da dire, o che le donne bianche non abbiano niente da dire.

Ma è interessante vedere come, quando ripenso a quel progetto e a ciò che ritenevo ben riuscito al suo interno, o a quelli che pensavo essere i suoi scopi… Non credo che abbia finito per riflettere quegli scopi iniziali, che erano di farne un lavoro incredibilmente politico, cosa che del resto è stato, ma in maniera diversa da come l’avevo inteso inizialmente. È politico per il modo in cui affronta il trauma, il trauma di genere e il trauma sessualizzato, che è politico, ed è importante che se ne parli, ma non era previsto nelle prime fasi del progetto. Non credo però che questo ne diminuisca il valore.

Penso solo che il risultato finale sia stato una specie di luogo dove poter parlare di cose profondamente personali, autobiografiche, ma anche comuni… e della tipica violenza di genere che in molte subiscono, sebbene in misura diversa. Era un modo per parlarne personalmente e collettivamente al tempo stesso, e penso anzi che questa venisse proposta proprio come una metodologia e come un modo di interrogarsi su cosa accada ai soggetti coinvolti. Come possono metabolizzare questa violenza, in cosa possono trasformarla? Ma mentre facevo ricerca creando – il mio modo di fare ricerca procede attraverso la creazione – sentivo che al tempo stesso stavo imparando. Sempre attraverso la creazione, mi accorsi che la mia posizione politica, e la mia voce politica, erano piene di ingenuità.

Decisi quindi di affrontare questo aspetto all’interno del progetto e di parlare da un punto di vista che ritenessi sensato, che mi facesse pensare che stavo parlando dal giusto pulpito. Al tempo stesso, voglio sostenere e amplificare le voci che a mio avviso sta facendo un lavoro di comunicazione più efficace.

LP: Certo, ha senso. Per cui possiamo dire che quest’opera è più consapevole e più intenzionalmente personale. Ma sappiamo che il personale e il politico sono la stessa cosa!

TS: Sì, ma questo vale per entrambi i progetti. Sono cresciuta negli anni Ottanta e Novanta, e ciò che all’epoca era ritenuto socialmente accettabile in termini di misoginia è folle. Voglio dire, già solo le barzellette che i bambini raccontavano a scuola, non riesco nemmeno a ripeterle, erano disgustose. C’era bisogno di affrontare quella particolare storia. Non dico che non dovrebbe essere accaduta, penso che fosse necessaria, ma ora dobbiamo superarla. Insomma, non c’è mai un punto di arrivo.

LP: Ma è interessante vedere come in questo lavoro ci sia un po’ di “più-che-umano”, a cui viene dato più spazio rispetto al precedente. Quindi, invece di dire che uno dei due era più politico e l’altro più personale, dato che sappiamo bene che si tratta di una finta dicotomia, possiamo forse pensare a una più-che-umanizzazione di queste pratiche. Una sorta di categoria radicale di disapprendimento. Perché questi termini sono molto violenti, specifici, e molto limitati alla parte anthropos dell’antropocentrismo.

TS: Certamente, ed è anche un modo di ammettere che qui siamo tutti ospiti e che nulla di tutto ciò ci appartiene. E di chiederci se vogliamo andarcene – e non intendo nel senso della posterità – o se vogliamo dare il nostro contributo. Io vorrei dare il mio contributo in un mondo in cui gli esseri umani non nascono in condizioni su cui non hanno alcun controllo, condizioni che li mettono in pericolo per il resto della loro vita. Bisogna anche capire esattamente dove e come dare il proprio contributo. È il momento di riflettere sulle cose in maniera più materiale, credo sia questo il punto principale che sto cercando di esprimere. Non è che trovi l’approccio speculativo poco interessante o poco politico, penso anzi che lo sia, ma è giunta l’ora di una realtà più materiale, perché la realtà materiale in cui viviamo è devastante. Ad esempio, c’è chi ritiene fantascienza il comunismo, una sorta di progetto utopistico. Ma al suo interno ci sono strutture di pensiero che esaminano come possiamo organizzarci, e c’è una vicinanza alle cose materiali di cui a mio avviso in questo momento abbiamo molto bisogno. Non so se il mio lavoro stia raggiungendo questo scopo, ma ci sono battute nella sua scrittura che fanno un chiaro riferimento al fascismo, per esempio. Penso che in passato le cose venissero messe “altrove”, e forse anche questo è una sorta di “altrove”, ma è fissato a momenti storici ben precisi, e penso che cerchi anche di parlare del presente. Se ripenso al testo, penso proprio che ruoti interamente intorno al fascismo.

LP: Ma mi fa anche ripensare al paesaggio interiore che troviamo chiudendo gli occhi, è interessante. Ovviamente tu e io viviamo in una condizione molto specifica, che è la condizione privilegiata di essere costrette a stare recluse per un certo periodo di tempo, ma di poterlo fare comodamente e in sicurezza. E ci sono altri aspetti che differenziano la nostra esperienza rispetto alle posizioni precarie dell’artista ecc., non lo sto certo negando. Eppure, nello stare chiusi in casa c’è qualcosa di simile a chiudere gli occhi e avere una visione – una sorta di consapevolezza che tutte le immagini che stanno dietro le palpebre sono condivise. Si tratta di qualcosa di più grande e allo stesso tempo più interiore rispetto allo spazio pubblico, o della polis. Non so perché, ma sento con una certa chiarezza che un’opera incentrata sul fascismo e sulle condizioni materiali e che al tempo stesso, in un certo qual modo, è più direttamente spirituale potrebbe essere una contraddizione in termini.

TS: Ma non dovrebbe essere così, ed è proprio questo il messaggio che cerco di trasmettere: che tutto questo può e deve coesistere. L’Eros, ad esempio, nella sua definizione più generosa è spirituale – è un tipo di amore che va oltre sé stessi, o che lascia spazio alla meraviglia e all’immersione, e a stati di questo tipo. Tutto qui: è una falsa dicotomia, che forse è necessaria, perché la spiritualità, tradizionalmente, è stata compressa e riprodotta sul piano ideologico… ma non penso che debba essere totalizzante o definitiva. Per uno degli ultimi interventi che ho tenuto, ho scritto che “trabocco di fede non indirizzata”. E penso che forse va bene così, che forse deve rimanere non indirizzata.

LP: Wow, è stato veramente molto bello, grazie.