Pompeii Commitment
Marzia Migliora. Seeds. Reclaiming Roots, Sowing Futures
Digital Fellowship 17 13•08•2026Pacciamatura
nota di Matteo Lucchetti su un disegno di Marzia Migliora
Originato come commissione all’artista Marzia Migliora e al curatore Matteo Lucchetti da parte di Pompeii Commitment. Materie Archeologiche – progetto per l’arte contemporanea del Parco Archeologico di Pompei – Coltre (Mulch) prende come punto di partenza l’iconica lettera di Plinio il Giovane a Tacito, nella quale si descrive l’eruzione del 79 d.C., dove la nube emessa dal Vesuvio viene paragonata alla forma di un pino dal tronco enorme, i cui rami si moltiplicavano nel cielo. Migliora disegna scenari in cui dalla bocca del Vesuvio fuoriescono fumi e lapilli che hanno la forma di pini marittimi i cui aghi si depositano sotto gli alberi come una pacciamatura, tecnica agricola dove foglie o altri residui vegetali in decomposizione formano una copertura che nutre le radici. In ogni disegno della serie infatti, come quello qui pubblicato, i frammenti archeologici vengono intrecciati con nuove forme vegetali e organiche che mirano all’idea di rigenerazione. Un gesto volto a trasformare il patrimonio archeologico in una forma di fertilizzante che permette alle svariate materie e conoscenze pompeiane, rimaste a lungo in uno stato di pacciamatura, di germogliare in nuove forme di vita e in nuove conoscenze.

Coltre (Mulch)
progetto di Marzia Migliora
testo di Matteo Lucchetti
La nube si levava, non sapevamo con certezza da quale monte, poiché guardavamo da lontano; solo più tardi si ebbe la cognizione che il monte fu il Vesuvio. La sua forma era simile ad un pino più che a qualsiasi altro albero.
Come da un tronco enorme la nube svettò nel cielo alto e si dilatava e quasi metteva rami. Credo, perché prima un vigoroso soffio d’aria, intatto, la spinse in su, poi, sminuito, l’abbandonò a sé stessa o, anche perché il suo peso la vinse, la nube si estenuava in un ampio ombrello: a tratti riluceva d’immacolato biancore, a tratti appariva sporca, screziata di macchie secondo il prevalere della cenere o della terra che aveva sollevato con sé.
— Dalla prima lettera di Plinio il Giovane a Tacito
Il progetto Coltre di Marzia Migliora – concepito nel 2022 nel contesto del programma Pompei Commitment. Materie archeologiche – prende come punto di partenza l’iconica lettera di Plinio il Giovane a Tacito, nella quale si descrive l’eruzione del 79 d.C. e in cui la nube emessa dal Vesuvio viene paragonata alla forma di un pino marittimo dal tronco enorme, i cui rami si moltiplicavano nel cielo. Questa forma vegetale restituisce una dimensione organica, afferente alla sfera del naturale, alla tragedia umana vissuta dalla città romana, oltre a creare un’immagine dal fortissimo potere evocativo che ancora oggi persiste nell’immaginario collettivo. L’eruzione del vulcano è intesa, infatti, nel sentire comune, come un evento che ha distrutto la città, restituendone un deserto disabitato, similmente al propagarsi del virus nell’esperienza della pandemia di Coronavirus del 2020, con le città improvvisamente private della presenza umana.
A partire da queste suggestioni, il progetto Coltre prevedeva la creazione di un’opera collettiva, un arazzo composto da circa 15.000 mazzetti di aghi di pino intrecciati con la lana e realizzati grazie alla partecipazione degli abitanti di Pompei a diversi laboratori, da svolgere con diversi gruppi sociali: studenti, pensionati, bambini, ospiti di RSA e altri. Questi mazzetti simboleggiano una ritualizzazione collettiva, nella quale azioni come il semplice movimento della mano e la condivisione dell’esperienza del fare assieme richiamano il rito del ricamo e le tecniche di artigianato arcaiche, i cui prodotti si trovano ancora oggi nei depositi di Pompei. L’artista paragona il gesto allo “sgranare un rosario”, chiedendo alle persone di “concentrare il pensiero su un’unica azione, quella di avvolgere la lana attorno al mazzetto di aghi di pino”, come fossero assorti in una “preghiera laica”. Durante i laboratori l’intrecciarsi dei fili di lana sarebbe andato di pari passo con l’intreccio di storie sul parco archeologico e il suo rapporto con la città contemporanea.
Coltre si presenta, appunto, come un nuovo rito per la cittadina contemporanea di Pompei, in cui la creazione partecipata di un’opera d’arte è paragonabile all’elaborazione di un lutto o di una ferita collettiva. L’arazzo, prodotto finale del rito come un palio (dal latino pallium, ovvero manto), racchiude in un’immagine costruita collettivamente, una testimonianza che fa emergere un’identità comune e transgenerazionale del territorio di Pompei. Volgendo lo sguardo agli oggetti intrecciati ritrovati con gli scavi, come le ceste in vimini ad uso alimentare, l’artista ha immaginato quindi un rito per il futuro, che vedeva nell’intrecciarsi simbolico di storie, e in quello concreto di elementi vegetali (come il pino che vede Plinio diramarsi nel cielo dell’eruzione), la base di una grande manifestazione, con l’auspicio che essa potesse siglare, nel 2022, anche lo scemare della pandemia allora ancora in corso.
Coltre è un progetto partecipativo dalla forte vocazione pubblica che tiene al suo interno, come nella tradizione processuale italiana, sia il tempo della commemorazione che quello propiziatorio di tempi migliori, da immaginare collettivamente, coinvolgendo chi abita Pompei oggi in un progetto dal lungo respiro che potrebbe trovare continuità nel futuro.
I laboratori si sarebbero svolti in un unico luogo oppure in diverse sedi, destinate all’incontro tra i diversi gruppi invitati a far parte del progetto. Lo scopo di ogni laboratorio era la realizzazione, attraverso il gesto ripetitivo del legare (ogni mazzetto di aghi di pino sarebbe ricoperto di lana e fermato da un nodo), di una parte dei 15 mila mazzetti necessari a compiere l’arazzo. I laboratori miravano a stabilire un contatto reale con la comunità residente a Pompei, con associazioni di diversa natura e soggetti intergenerazionali, dai bambini agli adolescenti, agli universitari, agli anziani, a gruppi provenienti da associazioni amatoriali di differente natura, sportiva, musicale, culturale. Con un procedimento semplice e adatto a tutti, i partecipanti si sarebbero riuniti in cerchio con i materiali necessari al lavoro manuale e ogni incontro sarebbe stato aperto dal racconto di una storia suggerita da una serie di ospiti, che i partecipanti avrebbero continuato liberamente passando la storia, nel suo procedere, da un partecipante all’altro.
Queste storie, infine, sarebbero state registrate per far parte di un libro, illustrato con disegni dell’artista.
Archeologie, Comunità, Nature
Intervista con Marzia Migliora
Giorgio Motisi: La tua ricerca si misura spesso con processi biologici, trasformazioni lente, fenomeni di latenza e rigenerazione. Che cosa accade, dal tuo punto di vista, quando questa attenzione si concentra su una “natura archeologica” come quella di Pompei, dove la dimensione vivente si presenta in una forma interrotta, fossilizzata, eppure capace di attivare processi di immaginazione e conoscenza?
Marzia Migliora: Il dialogo con una “natura archeologica” come quella di Pompei sposta la mia attenzione sulla vita come traccia, più che come presenza. Ciò che è interrotto non è fermo: è un tempo compresso che continua a generare conoscenza. Nel mio lavoro ho spesso affrontato questa soglia tra vivente e residuo, ad esempio nel video Forever Overhead (Per sempre lassù), 2010, che si ispira all’affresco della Tomba del Tuffatore di Paestum (480 a.C. circa), dipinto sulla lastra di copertura interna per accompagnare il defunto nel suo viaggio ultraterreno. Il titolo allude all’idea che il tuffo sia una soglia verso un’altra condizione, come la morte rappresentata nel sepolcro magnogreco, oltre a essere una citazione dall’omonimo racconto di David Foster Wallace – incluso in Brevi interviste con uomini schifosi (2000) – incentrato sull’esperienza del tuffo come passaggio iniziatico di un adolescente.
GM: Pompei sembra mettere in crisi molte delle opposizioni con cui siamo abituati a leggere il rapporto tra natura e cultura: qui un evento naturale fuori dal comune – l’eruzione del 79 d.C. – ha coinciso con una cesura storica senza precedenti, ma allo stesso tempo la natura ha continuato per secoli ad abitare questo territorio, seguendo temporalità proprie, spesso indifferenti alle vicende umane. In che modo questo intreccio tra tempo ciclico della natura e tempo lineare della storia tocca il tuo lavoro?
MM: Questo intreccio tra il tempo ciclico della natura e il tempo lineare della storia attraversa profondamente la mia ricerca. Nell’opera Paradossi dell’Abbondanza #61 (La Rivoluzione del Tempo Profondo) 2024, un disegno di grandi dimensioni, ho cercato di restituire la complessa eredità di una porzione di paesaggio montuoso dell’Italia nord-orientale, osservandolo come il risultato di processi di trasformazione e stratificazione che si sviluppano su scale temporali molto più ampie di quelle umane. Mi interessa pensare il paesaggio non come sfondo della storia, ma come un soggetto attivo e compartecipe, attraversato da temporalità che connettono materia, corpi e memoria. Pompei rende visibile proprio questa compresenza di tempi differenti: quello dell’evento storico e quello delle trasformazioni lente della natura, una condizione che sento particolarmente vicina al mio lavoro.
GM: Nel tuo confronto con i reperti organici conservati presso il Laboratorio di Ricerche Applicate del Parco la materia archeologica si pone come risultato di una forma di sopravvivenza che sfugge alla semplice nozione di conservazione. Più in generale, nelle tue ricerche, Pompei sembra porsi come un campo di indagine in cui stratificazioni temporali diverse – umane, naturali, geologiche – continuano a interagire. Quale scarto hai avvertito, lavorando su questi materiali, rispetto ad altri contesti in cui la natura è stata per te oggetto di osservazione o di indagine? Quale tipo di conoscenza può prodursi, a tuo avviso, quando lo sguardo di un’artista contemporaneo si misura con un contesto come quello di Pompei, in cui la ricerca si fonda tradizionalmente su strumenti e metodologie di carattere molto diverso?
MM: Nel mio confronto con i reperti organici conservati presso il Laboratorio di Ricerche Applicate del Parco Archeologico di Pompei non mi sono trovata di fronte a processi naturali in atto, ma a forme di vita sospese, sopravvissute un evento catastrofico e giunte fino a noi attraverso quasi duemila anni di stratificazioni storiche, geologiche e biologiche. La visita al Laboratorio è stata determinante. L’incontro con diverse tipologie di semi carbonizzati mi ha profondamente colpita e ho lasciato sedimentare quell’esperienza per anni prima di decidere di lavorarci. Per la mostra Seeds. Reclaiming Roots, Sowing Futures presso la KunstHausWien, a Vienna, nell’ambito della Klima Biennale Wien, ho creato tre nuove opere: disegnando su fotografie d’archivio, stampate in grande formato, di semi provenienti dal Laboratorio di Ricerche Applicate del Parco Archeologico di Pompei. Seppelliti sotto la cenere – dall’eruzione vulcanica di Pompei nel 79 d.C. – per quasi duemila anni, i semi germogliano pittoricamente – ispirandosi alla loro cosiddetta “dormienza”, una fase di riposo fisiologico del seme in attesa di trovare le condizioni adatte per germogliare. Credo che il contributo dello sguardo artistico, in un contesto come Pompei, sia quello di affiancarsi alla conoscenza scientifica senza sostituirla, aprendo nuove forme di pensiero e nuove domande sul rapporto tra vita, memoria e trasformazione.
GM: Il racconto di Plinio il Giovane della nube che si leva dalla cima del Vesuvio assumendo la forma un grande pino introduce una forma apertamente arborea e vegetale nel racconto della catastrofe. Questa analogia ti interessa come dato iconografico, o piuttosto come soglia concettuale capace di suggerire un diverso modo di concepire l’eruzione, non solo come evento distruttivo, ma come processo che reinscrive l’umano entro una più ampia logica ciclica e trasformativa?
MM: L’immagine della nube descritta da Plinio il Giovane, che si leva dalla bocca del vulcano assumendo una forma simile alla chioma di un pino, mi interessa soprattutto come soglia concettuale più che come dato iconografico. La forma arborea del pino introduce infatti una continuità inattesa tra ciò che percepiamo come naturale e ciò che definiamo come catastrofico, aprendo la possibilità di leggere l’eruzione non solo come evento distruttivo, ma come processo che ridisegna le relazioni tra esseri umani e ambiente dentro una logica più ampia, trasformativa appunto. In questo senso, l’immagine diventa per me uno strumento per pensare il tempo non in termini lineari, ma come stratificazione e ricomposizione continua di forme e materia. È una prospettiva che ho esplorato nel progetto inedito Coltre, dove il riferimento alla nube-pino di Plinio si traduce in un dispositivo collettivo: un intreccio di gesti e materiali vegetali che attiva un’idea di trasformazione e di memoria condivisa come processo in corso, più che come semplice traccia del passato. La catastrofe, letta attraverso questa lente, non è mai solo fine, ma anche riorganizzazione di significati e possibilità.
GM: Con il progetto Coltre la tua ricerca si apre in effetti a una dimensione esplicitamente collettiva, affidando al gesto reiterato dell’intreccio degli aghi di pino una funzione insieme rituale, relazionale e generativa. Come immagini che un’opera partecipativa di questo tipo possa attivare, nel presente, una relazione nuova tra il contesto archeologico e le forme di socialità contemporanea, trasformando e condividendo le memorie individuali in una forma di dialogo?
MM: Con il progetto Coltre, ideato nel 2021 per Pompeii Commitment. Materie archeologiche a cura di Matteo Lucchetti e Andrea Viliani, per il momento rimasto allo stato progettuale, mi interessava attivare un gesto collettivo capace di mettere in relazione il patrimonio archeologico con la comunità che oggi vive accanto ad esso. Partendo dall’immagine della “nube-pino” descritta da Plinio il Giovane, avevo immaginato la realizzazione partecipata di un grande arazzo composto da migliaia di mazzetti di aghi di pino marittimo avvolti da filo di lana, costruito attraverso laboratori aperti a diverse generazioni di abitanti di Pompei. Più che l’opera finale, mi interessava il processo: il tempo condiviso, la ripetizione del gesto, lo scambio di racconti ed esperienze. Credo che un contesto come Pompei possa generare nuove forme di socialità quando smette di essere percepito soltanto come testimonianza del passato e diventa uno spazio-tempo di relazione nel presente. In questo senso la memoria non è qualcosa da conservare passivamente, ma una pratica collettiva che può essere continuamente riattivata e trasformata attraverso il dialogo tra persone, luoghi e (ri)generazioni.
Seeds. Reclaiming Roots, Sowing Futures
KunstHausWien, Klima Biennale Wien, Vienna
Le opere di Marzia Migliora sono concepite come una riflessione su come la vita si sviluppi, cambi e acquisisca significato, anche quando questo sembra mancare. Per la mostra Seeds. Reclaiming Roots, Sowing Futures a cura di Sophie Haslinger – presso la KunstHausWien, Vienna, nell’ambito della Klima Biennale Wien, Vienna – l’artista ha creato tre nuove opere: disegnando su fotografie provenienti dal Laboratorio di Ricerche Applicate del Parco Archeologico di Pompei “Annamaria Ciarallo”, stampate in grande formato, i cui titoli suggeriscono un salto nel tempo – dall’eruzione vulcanica di Pompei nel 79 d.C. fino a una vita di domani, forse anche dopo di noi, incarnata dai semi pietrificati di noci, fave e cereali. Seppelliti sotto la cenere per quasi duemila anni, questi semi sono stati rinvenuti durante gli scavi archeologici a Pompei. L’ingrandimento fotografico conferisce loro un aspetto scultoreo. Ma non è solo il cambiamento di scala a minare l’estetica della rappresentazione scientifica: i semi germogliano (Germinazione) pittoricamente – ispirati dalla cosiddetta dormienza, la capacità intrinseca dei semi di germogliare solo dopo una fase di dormienza, che permette loro di sfruttare condizioni di crescita ottimali. La dormienza immaginata diventa una metafora di possibili processi di trasformazione ecologica: cosa rimane latente? Cosa può continuare a prosperare?



