Live at Pompeii
Live at Pompeii nasce nell’ambito di un ciclo di insegnamenti del Politecnico di Milano che, nel corso degli ultimi anni, si sono misurati con le città antiche di Pompei, Paestum ed Ercolano con l’obiettivo di interrogare, attraverso gli strumenti della progettazione architettonica, il rapporto tra rovine e città contemporanea. Nel caso di Pompei il tema assume una particolare centralità: non solo perché la città antica rappresenta uno dei siti più complessi e visitati al mondo, ma soprattutto in quanto il suo perimetro coincide, oggi più che mai, con una soglia instabile, dove il confine tra spazio archeologico e territorio abitato si fa poroso e continuamente negoziabile.
Sepolta nel 79 d.C. e progressivamente restituita alla luce nel corso degli ultimi tre secoli, Pompei vive oggi una nuova forma di esistenza: ogni giorno decine di migliaia di persone la attraversano, la attivano, ne ridefiniscono i ritmi, restituendo alla città antica una condizione che, pur radicalmente diversa da quella originaria, la riconsegna a una vita a tutti gli effetti contemporanea.
È innanzitutto la nozione di soglia a costituire il campo di indagine di Live at Pompeii (a.a. 2025-26). Le ricerche degli studenti del Politecnico hanno preso avvio da una considerazione di fondo: Pompei non costituisce un corpo separato dal suo contesto, ma un organismo che continua materialmente a dipendere dal territorio che la circonda. Strade, ferrovie, servizi, reti idriche ed elettriche: ciò che rende possibile la vita del Parco si dispiega all’esterno di esso, nella complessa trama urbana e territoriale dell’area vesuviana. Al tempo stesso, però, la presenza della città antica esercita sul presente una forza di attrazione così intensa da condizionare in profondità l’immaginario, l’economia e le trasformazioni dell’ambiente circostante. In questa tensione reciproca, la distinzione tra interno ed esterno appare in tutta la sua natura apparente e convenzionale: i due sistemi, in realtà, si implicano e si ridefiniscono a vicenda continuamente.
Da questa tensione nasce una domanda fondamentale: è possibile (ri)pensare il confine tra città antica e città contemporanea come campo attivo di relazioni? In questa prospettiva, i limiti spaziali del Parco Archeologico non si pongono come mero confine amministrativo o come cesura fisica, ma piuttosto come zona di contatto e di scambio, dove le diverse vite e temporalità che abitano Pompei possono sovrapporsi e convivere. Il confine diventa così luogo operativo: un campo in cui misurare la possibile convivenza tra conservazione e fruizione, tra accessibilità e tutela, tra permanenza e trasformazione.
I quattordici progetti sviluppati dagli studenti del Politecnico e qui raccolti insieme si misurano con altrettante sezioni del perimetro di Pompei, concepite come occasioni per elaborare ipotesi differenti a livello di scala, funzione e gradi di realtà. Alcune proposte sono apertamente speculative, e si spingono verso scenari quasi utopici. Altre si misurano invece con temi già presenti nella vita quotidiana del Parco: l’accoglienza, la mobilità, i margini infrastrutturali, i dispositivi di servizio, la relazione con il paesaggio, la possibilità di ridefinire spazi di lavoro e di sosta capaci di restituire la complessità di un ecosistema culturale e produttivo.
In ciascuno dei quattordici lavori, l’attività di progettazione non interviene su Pompei come su un oggetto inerte, ma come su un contesto vivo, stratificato, attraversato da funzioni diverse e da tempi non coincidenti. In questo senso, i progetti assumono come ipotesi preliminare di lavoro l’idea che gli interventi lungo perimetro possano corrispondere a una trasformazione della città antica nel suo complesso: un ambiente che, nel misurarsi con le esigenze del presente, sembra tornare a interrogarsi sulle proprie possibilità di uso, relazione e apertura.
Le rovine archeologiche, in questa prospettiva, non sono solo ciò che resta di una città perduta. Al contrario, queste si pongono come dispositivo conoscitivo, attraverso cui misurare la distanza tra ciò che è stato, ciò che è e ciò che potrebbe ancora esistere. La loro presenza invita a confrontarsi con una materia che continua a porre domande. Muovendo da questo assunto, ciascun progetto interpreta, seleziona, mette in relazione, assumendo la responsabilità di trasformare senza cancellare. Quello archeologico, d’altro canto, rappresenta un contesto eccezionale proprio alla luce della sua capacità di rendere evidente una condizione che appartiene, in realtà, a qualsiasi luogo abitato dall’uomo: quella di trovarsi costantemente in una posizione di equilibrio provvisorio tra eredità dal passato e progettazione del futuro.
Il rimando a Live at Pompeii, la performance del 1972 dei Pink Floyd all’interno dell’anfiteatro della città, si pone in questo senso come un’aperta dichiarazione d’intenti. Non si tratta di un semplice omaggio a un episodio entrato ormai nell’immaginario del sito, ma del richiamo a un gesto che, attraverso un linguaggio diverso, ha tentato di scardinare qualsiasi distanza contemplativa, stabilendo un contatto con il passato per mezzo di un’azione attiva e situata, capace di abitare un luogo.
Nella convinzione che Pompei, oggi più che mai, possa essere pensata come uno spazio di contatto, in cui costruire nuove forme di prossimità, il lavoro del Politecnico non propone risposte definitive, ma una serie di strumenti per un’indagine ancora aperta: modelli, piante, dispositivi visivi. A partire da questi materiali, Live at Pompeii invita a guardare i confini del Parco Archeologico come un campo attivo di possibilità: una soglia capace ancora di essere messa in discussione.
Paolo Carpi, Andrea Tartaglia, con Filippo Bernardini, Davide Cerati, Silvio Lussana (Politecnico di Milano) – Giorgio Motisi (Parco Archeologico di Pompei)