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© Pompeii Commitment. Archaeological Matters, un progetto del Parco Archeologico di Pompei, 2020. Project partner: MiC.
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Liam Gillick. Archaeology Projected

Pompeii Commitments 27    19•08•2021

Liam Gillick
Archaeology Projected, 2021
video, 1’06” loop
Courtesy l’Artista e Alfonso Artiaco, Napoli

Al centro della pratica artistica di Liam Gillick risiede un complesso di istanze tra loro profondamente correlate: la centralità del ruolo dello spettatore quale agente attivo e produttore di significato critico; la relazione con lo spazio-tempo, inteso non solo come entità fisica ma anche nelle sue matrici politiche, sociali ed economiche; i rapporti di interdipendenza tra economia tardo-capitalista e neo-liberista, istituzioni e riflessione culturale. Gillick ha proposto, in particolare, il confronto con lo spettatore quale catalizzatore della sua ricerca, attraverso la creazione di situazioni – sia formali che performative – in cui sono messi criticamente in discussione i parametri legati alla fruizione dell’arte e alla creazione e alla trasmissione del concetto di “valore”.
In particolare, le sue opere video (come l’animazione digitale con cui l’artista contribuisce a Pompeii Commitment) nascono all’interno della casa-studio dell’artista a New York. Prodotte con mezzi tecnologici limitati, spesso il proprio computer, queste opere appaiono come una serie di appunti di lavoro, elementi di un’elaborazione costantemente in-progress, di un processo in cui l’interpretazione è intesa quale compito infinito, che non può mai dirsi esaurito. Pur se non ripreso, possiamo immaginare Gillick intento a lavorare al suo computer, a predisporre la sceneggiatura, a interloquire con i suoi collaboratori, a interrogarsi sui criteri di catalogazione, archiviazione, valutazione e mediazione della conoscenza. Il concetto di verità, quale dato della visione e dell’ascolto, diviene un assoluto-relativo, delegato al visitatore: un atto di interpretazione dal vivo, di cui l’artista fornisce gli elementi di base.
Come accade appunto in Archaeology Projected che l’artista stesso descrive così: “Un filmato in loop da un minuto che simula la velocità dell’evento vulcanico originale che devastò Pompei nel 79 d.C. Il lavoro è un’animazione al computer di un flusso incandescente che si sposta a 725 km/h accompagnato dalla colonna sonora di un’eruzione vulcanica dei giorni nostri. In sovrimpressione, al centro dello schermo, appare un codice per manufatti che potrebbero essere rinvenuti a Pompei nell’anno 2022: 22.M444-1. / 22 è l’anno. M444 è il codice per Pompei e 1 indica la prima serie di oggetti non ancora riportati alla luce. Il numero 1 è seguito da un contatore casuale che rappresenta il numero di manufatti che potrebbero essere rinvenuti l’anno prossimo. Il contatore rispecchia la velocità del flusso incandescente. L’archeologia è ridefinita in rapporto alla devastazione e al flusso”. L’animazione si struttura come la manifestazione di un processo molteplice, il cui soggetto è continuamente ricontestualizzato: al contempo reale e storico (il ricordo dell’eruzione del 79 d.C.) ma anche immaginifico e ipotetico (una possibile eruzione nel 2022), la cui immagine è generata al computer (e quindi, di fatto, non esiste nella realtà) ma il cui suono è concretamente tratto da un processo fisico, delocalizzato in questo nello spazio (un’eruzione contemporanea in un sito differente da Pompei). Gillick inventa inoltre un codice che tiene traccia di tutte le scoperte che potrebbero essere realizzate nel 2022, ma lo esempla sui criteri di catalogazione effettivamente utilizzati dagli archeologi del Parco Archeologico. E lo fa scorrere, al contrario del ritmo lento con cui avvengono le usuali operazioni di catalogazione archeologica, al ritmo serrato di una possibile eruzione, quasi fosse un diario, piuttosto che di scoperte future, delle distruzioni che potrebbero nel futuro avvenire (già in passato Pompei fu per altro vittima di numerose distruzioni, sia per cause naturali, come il terremoto del 62 d.C. e l’eruzione del 79 d.C., sia per cause antropiche, per esempio in seguito ai bombardamenti del 1943). Configurando il suo intervento come uno strumento dinamicamente contraddittorio – animazione digitale e strumento catalografico, costruzione narrativa e rappresentazione critica, analisi del passato e visione del futuro – Gillick approfondisce sia il suo interesse per l’analisi delle principali forme di comunicazione tecnologica (intese come le grandi narrazioni collettive della contemporaneità) sia la sua ricerca di reinvenzione del formato tradizionale dell’opera, trasformata in un percorso conoscitivo condiviso e in divenire, ambiguamente sia reale che fantastico. AV

Si ringraziano: Alfonso Artiaco, Ilaria Artiaco, Alberto Salvadori.

Immagine in home page: Liam Gillick, Archaeology Projected, 2021 (video still). Courtesy l’Artista e Alfonso Artiaco, Napoli

La pratica di Liam Gillick (Aylesbury, UK, 1964. Vive e lavora a New York) tende a svelare gli aspetti disfunzionali del retaggio modernista, in termini di astrazione e architettura, inquadrato nell’ottica del consenso globalizzato e neoliberale, e si estende fino a ripensare strutturalmente lo statuto della mostra e dell’opera, intese come forma. A partire dai primi anni novanta Gillick ha realizzato opere che includono diversi media – l’installazione, la scultura, l’intervento testuale, il video, il suono e l’animazione digitale –, e che si sostanziano nella relazione con un’intensa riflessione teorica e critica. Le sue sculture e installazioni avviate in questo periodo sono tra le sue opere più iconiche: basate su semplici strutture modulari in metallo e plexiglas derivate dall’architettura di rinnovamento, sviluppo e branding, opere come le Discussion Platforms nascono dalla riflessione sui nuovi spazi urbani e sui processi lavorativi propri del “capitalismo cognitivo”. Il ricorso a colori vivaci e schermi fissi rimanda direttamente alla storia del Minimalismo e all’uso di forme pure, materiali e procedure mutuati principalmente dal lavoro dell’artista americano Donald Judd. Tuttavia, il lavoro di Gillick ha incluso un nuovo approccio “relazionale” con il pubblico. Le opere diventano lo sfondo per un’azione non diretta, perdendo la loro autonomia: dispositivi d’inquadramento che suggeriscono ipotetici rapporti spazio-temporali di socialità riflettono la nuova fluidità delle interazioni, volontarie e forzate, che caratterizzano i nostri attuali comportamenti. Queste opere rivelano come la tradizione del Minimalismo sia stata neutralizzata e assimilata dall’industria dell’intrattenimento e dalla corporate culture contemporanea. Una sintesi tra riferimenti interni alla storia dell’arte e un discorso di natura analitica sul presente costituisce il fulcro anche delle opere e delle installazioni realizzate dall’artista anche nel decennio successivo, nelle quali colori brillanti e strutture modulari sono spesso utilizzati per modificare lo spazio-tempo dell’incontro con il visitatore. In questi interventi, che assottigliano ambiguamente la distinzione tra scultura, installazione, intervento architettonico e design, l’artista include molteplici ulteriori riferimenti alla storia dell’astrazione geometrica (dal Bauhaus fino all’Arte Cinetica), esplorando le intersezioni tra le ambizioni utopiche e sociali di questi movimenti e le loro successive articolazioni nell’ambito della super-comunicazione e iperconnessione digitali, dell’arredamento urbano omologato e dell’identità globalizzata. Dalla fine degli anni 2000 Gillick ha prodotto numerosi cortometraggi dedicati alla costruzione dell’immagine pubblica dell’individuo creativo, riflettendo sulla durevole mutabilità dell’artista contemporaneo come figura culturale: Margin Time (2012), The Heavenly Lagoon (2013), Hamilton: A Film by Liam Gillick (2014).
Mostre personali gli sono state dedicate da: Museu de Arte Contemporânea de Serralves, Porto (2016), Kunsthalle Zürich, Witte de With, Rotterdam, Kunstverein München e Museum of Contemporary Art di Chicago (che insieme hanno presentato dal 2008 al 2010 la mostra retrospettiva itinerante Liam Gillick: Three Perspectives and a Short Scenario), Palais de Tokyo, Parigi (2005), MoMA – Museum of Modern Art, New York (2003), Whitechapel Art Gallery (2002) e Tate, Londra (2001-2). Nel 2019 il Madre di Napoli ha organizzato la prima mostra retrospettiva dedicata esclusivamente alla sua opera video-filmica (Standing on Top of a Building: Films 2008-2019). Opere di Gillick sono state incluse in numerose mostre collettive e periodiche, tra cui Documenta e le Biennali di Venezia – dove nel 2009 ha rappresentato la Germania, pur non essendo un cittadino tedesco – Berlino e Istanbul. Negli ultimi venticinque anni Gillick è stato anche un prolifico scrittore e critico di arte contemporanea, collaborando con “Artforum”, “October”, “Frieze” e “e-flux Journal”. È autore di numerosi libri d’artista e pubblicazioni, tra cui un volume che raccoglie una selezione dei suoi scritti critici. Il libro Industry and Intelligence: Contemporary Art Since 1820 è stato pubblicato dalla Columbia University Press nel 2016. Tra le sue opere pubbliche, l’edificio del Ministero degli Interni del governo britannico a Londra e la sede centrale della Lufthansa a Francoforte. In questi anni Gillick ha esteso la sua pratica a luoghi sperimentali e si è dedicato a progetti collaborativi con altri artisti, tra i quali Louise Lawler, Philippe Parreno, Adam Pendleton e Lawrence Weiner (i contributi di Gillick e Weiner per Pompeii Commitment sono pubblicati in contemporanea), oltre alla band New Order, durante una serie di concerti tenutisi a Manchester, Torino e Vienna.

Pompeii Commitment

Liam Gillick. Archaeology Projected

Pompeii Commitments 27 19•08•2021